Mamma e figlia avvelenate con la ricina, nuovo interrogatorio per la cugina – Che cosa sta succedendo
Il duplice omicidio a Pietracatella, la donna sentita per quattro ore dagli inquirenti
L’inchiesta per il duplice omicidio premeditato di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita potrebbe essere vicina a una svolta. Per capire che cosa è successo alle due donne, morte per avvelenamento da ricina, sembra essere diventata fondamentale la testimonianza di una donna, Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime.
Il ruolo cruciale della zia Laura
In questa delicata fase di indagini, in cui gli inquirenti scavano nella vita privata e lavorativa della famiglia, l'attenzione si è concentrata su una figura chiave: Laura Di Vita. La donna, 40 anni, è stata sentita dagli investigatori come persona informata sui fatti. Non è un'indagata, ma la sua testimonianza è considerata preziosissima. Insegnante di sostegno, vive a pochi metri dalla casa in cui si è consumato il dramma. Il suo rapporto con Antonella e le ragazze era strettissimo, tanto che Sara e la sorella maggiore Alice la chiamavano "zia". E c'è un dettaglio che la rende un'osservatrice privilegiata: da quando la casa del delitto è sotto sequestro, è proprio Laura a ospitare nel suo appartamento gli unici due sopravvissuti, Gianni e Alice. Questo la pone a stretto contatto con chi ha vissuto in prima persona i momenti precedenti e successivi alla tragedia.
Un interrogatorio fiume
Nei giorni scorsi, Laura è entrata negli uffici della Questura di Campobasso per la seconda volta, uscendo dopo oltre quattro ore di audizione. Un tempo lunghissimo che lascia intuire una cosa: la Squadra Mobile non sta solo raccogliendo memorie, sta cercando riscontri millimetrici. Gli investigatori, che hanno già ascoltato oltre 40 persone, stanno incrociando i dati. In quattro ore di interrogatorio hanno ricostruito le finestre temporali, gli orari, chi entrava e chi usciva da quella casa nei giorni delle feste. Si cercano conferme e si dà la caccia alle minime contraddizioni per capire chi potesse avere accesso al cibo o alle bevande delle vittime.
Un delitto a sangue freddo
L'uso della ricina esclude categoricamente l'ipotesi dell'incidente o del raptus improvviso. Questo veleno richiede premeditazione: chi lo ha usato ha dovuto procurarselo, capire come maneggiarlo e attendere il momento giusto per somministrarlo senza destare sospetti. Mentre gli inquirenti passano al setaccio smartphone e computer alla ricerca delle "tracce digitali" di questa premeditazione, il fiato resta sospeso in attesa di due passaggi fondamentali. Il primo è la relazione ufficiale del Centro Antiveleni di Pavia, che chiarirà le dosi letali e, forse, il metodo di somministrazione. Il secondo è la nuova audizione di Gianni Di Vita, il capofamiglia scampato alla strage e risultato negativo ai test tossicologici, che dovrà aiutare gli investigatori a chiudere il cerchio su chi ha ucciso sua moglie e la sua figlia più piccola.
