La dipendente lo accusa di violenza sessuale, ma è tutto falso e il giudice lo assolve
La ricostruzione in aula vacilla e alla fine escono le prove dell’innocenza dell’imputato
Oristano L’accusa era pesante e il rischio era una conseguente condanna a quattro anni e mezzo. Quegli abusi sessuali per cui era finito sul banco degli imputati non hanno però trovato conferma in aula, cancellati da una serie di prove evidenziate dalla difesa e di contraddizioni che già durante le indagini restavano sullo sfondo della vicenda. È finito con l’assoluzione l’incubo giudiziario di un commerciante 56enne indicato da una sua ex dipendente come l’autore di violenze avvenute proprio sul posto di lavoro. Bisogna riportare indietro le lancette all’inizio dell’autunno del 2020, pieno periodo covid, con un’estate che era stata però di libertà dopo le restrizioni iniziali. L’emergenza non era finita, ma i bar erano comunque aperti al pubblico dopo la chiusura pressoché totale della primavera precedente. È all’interno di uno di questi che si trovavano il titolare e una sua dipendente di una ventina di anni più giovane dalla quale partì poi la denuncia.
Il racconto era dettagliato: la dipendente aveva detto di essere stata avvicinata dal datore di lavoro in un momento in cui non c’erano altre persone o avventori all’interno del locale. A quel punto avrebbe preso a palpeggiarla nelle parti intime. Questa sarebbe stata però solo la prima parte della scena, perché poi i due attori di questa vicenda si sarebbero spostati in una stanza sul retro. O meglio, sempre secondo la presunta vittima, sarebbe stato il datore di lavoro a trascinarla con la forza laddove nessun occhio indiscreto avrebbe potuto vedere quel che stava accadendo. A quel punto gli abusi sessuali si sarebbero fatti ancora più pesanti, salvo poi interrompersi per la reazione della donna. Nei giorni successivi, la dipendente si recò quindi a denunciare l’accaduto e da quel momento è iniziata la disavventura giudiziaria conclusa davanti alla giudice per le udienze preliminari, Federica Fulgheri, che nell’ultimo atto celebrato con il rito abbreviato ha però chiarito che la ricostruzione della storia, così com’era stata messa in piedi dalla dipendente e sostenuta dal pubblico ministero Silvia Mascia non poggiava su fondamenta solide o era addirittura del tutto inventata.
Diversi aspetti non chiari e una serie di incongruenze sono stati evidenziati dall’avvocato difensore Gianfranco Siuni nella sua requisitoria con la quale aveva contrastato la tesi sostenuta dall’accusa. Per prima cosa, il locale aveva delle telecamere dalle quali si ricava che la dipendente non fosse stata costretta con la forza a seguire il titolare nell’altra stanza o che per liberarsi l’avesse colpito prima con una testata e poi con una ginocchiata nei genitali. Le immagini invece riprendevano due persone alquanto in confidenza senza che nessuna delle due si ritrovasse costretta a compiere atti controvoglia. In più le versioni fornite dalla stessa dipendente alla madre, a un’amica e a un amico poliziotto avevano tutte delle difformità evidenti. L’indagine affidata alla Squadra mobile aveva poi messo in evidenza che situazioni simili, che non erano sfociate in denunce, erano già avvenute in passato: dalle chiacchiere di persone intercettate emerse che la parte offesa aveva in precedenza avuto rapporti con persone sposate o che avevano già una relazione per poi far pesare il tradimento, arrivando persino a compiere ricatti così da avere soldi per ottenere in cambio il silenzio sul rapporto proibito.
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