Lotta allo spopolamento, l’ingegno dei sindaci: marketing e case a 1 euro – Le strategie in campo
Fecondità più bassa in Italia e giovani che fuggono: la Sardegna prova a resistere e salvare i piccoli borghi
Sassari La Sardegna si svuota, non all'improvviso, ma con la lentezza inesorabile di una clessidra che perde sabbia da decenni. È una fuga silenziosa, fatta di culle vuote, giovani che fanno le valigie per non tornare e saracinesche che si abbassano per sempre. Quello che l’isola sta perdendo, prima ancora degli abitanti, è il proprio futuro. I numeri tratteggiano l'immagine di una terra sempre più vecchia.
L’indice di fecondità nell’ultimo anno è precipitato allo 0,85: il dato più basso d’Italia e una vera anomalia persino nel panorama europeo. Con appena 4,1 nascite ogni mille residenti e una quota di ultrasessantacinquenni che ha ampiamente superato la soglia del 27%, la piramide demografica si è completamente rovesciata. I giovani sono diventati un’eccezione, gli anziani la regola, in un sistema sociale che fatica sempre di più a reggersi in piedi. Dietro le statistiche si nasconde un’economia fragile.
Come analizza il demografo Marco Breschi, il modello di sviluppo regionale si è adagiato troppo su un turismo fortemente stagionale, un settore che non offre stabilità a lungo termine né prospettive di crescita capaci di trattenere le menti più qualificate. Se a questo si sommano stipendi spesso inadeguati rispetto a un costo della vita in aumento, una cronica carenza di alternative industriali e il peso del gap insulare, il quadro è completo. Non sorprende, dunque, che la Sardegna fatichi anche ad attrarre migranti, perdendo la sfida con realtà mediterranee ben più dinamiche come Malta o la Corsica. È un doppio movimento fatale: i giovani partono e pochi arrivano a sostituirli. Il conto da pagare è salatissimo, e non solo dal punto di vista sociale. Il Centro Studi di Confindustria Sardegna ha calcolato che l'isola ha già bruciato oltre 1,7 miliardi di euro di capacità produttiva.
Nel 2005 la popolazione attiva tra i 15 e i 64 anni sfiorava il 70%; oggi è precipitata al 62,8%. Se questa quota fosse rimasta invariata, la Sardegna avrebbe a disposizione un potenziale di oltre centomila lavoratori in più. Questa emorragia si manifesta con un paradosso crudele: se le grandi città piangono la perdita economica e il crollo del Pil locale, i piccoli borghi guardano in faccia l'abisso della desertificazione sociale, dove la fuga di una manciata di residenti basta a far chiudere l'unica scuola o a cancellare i servizi essenziali. Di fronte a questo spettro, le istituzioni stanno provando a correre ai ripari.
La Regione ha deciso di puntare sugli incentivi, a cominciare dall’assegno di natalità. Introdotta nel 2022 e ampliata quest’anno ai comuni fino a 5mila abitanti, la misura prevede un contributo mensile di 600 euro per il primo figlio e 400 per i successivi, garantito fino al compimento dei 5 anni del bambino. A questo si affiancano iniezioni di liquidità per rivitalizzare il tessuto commerciale dei borghi, con contributi a fondo perduto di 15mila euro per chi apre o trasferisce un'attività, che salgono a 20mila se si generano nuovi posti di lavoro.
Ma la vera battaglia per la sopravvivenza si combatte in trincea, nei singoli municipi, dove i sindaci aguzzano l'ingegno. Il caso di Ollolai ha fatto il giro del mondo: l'idea di vendere le vecchie case disabitate alla cifra simbolica di un euro, a patto di ristrutturarle, ha attirato curiosi e investitori da oltreoceano, innescando un circolo virtuoso replicato con successo anche a Bonnanaro, Romana e Nulvi. In altre realtà si punta tutto sulla tenuta dei servizi base per scongiurare l'abbandono definitivo. A Cheremule, l'amministrazione ha offerto locali a canone zero per tre anni, uniti alla totale esenzione dai tributi comunali, per convincere qualcuno ad alzare la serranda di un negozio di alimentari. Ancora più innovativo il modello di Borutta, dove è nata la “Bottega comune”: uno spazio multifunzionale concesso gratuitamente, che riunisce sotto lo stesso tetto generi alimentari, parafarmacia e servizi postali. Un presidio di resistenza civile, prima ancora che commerciale, per dimostrare che anche nell'isola che si svuota c'è chi non si arrende.
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