Il vestito di Desulo finisce su Vogue, scoppia la polemica per la definizione “subcultura”: ma è un equivoco – Ecco perché
Il concorso della rivista per fotografi e videomaker si trasforma in un caso
Sassari Anche se il rischio è di suonare pedanti, il primo suggerimento è di cercare la definizione del termine. In questo caso, subcultura: «Modello o sistema integrato di elementi esistenziali e valutativi (valori, conoscenze, linguaggio, religione, norme e forme di comportamento) – così su Treccani – che distingue un particolare gruppo di una collettività, e al quale vengono ricondotti atteggiamenti e comportamenti diversi da quelli di altri gruppi e/o della società globale». Se lo scambiamo con “sottocultura”, il nuovo dizionario De Mauro consultabile online propone una variante con valore spregiativo e una specialistica, nel senso antropologico del termine: «Gruppo culturale all’interno di una comunità culturale più vasta». Tutto qui.
È difficile che nella redazione di “Vogue Italia” lavorino antropologi, certo, ma è ancora più difficile che intendessero insultare una cultura con il lancio di una nuova iniziativa.
Se è vero che la moda, come subcategoria dell’arte, deve anche far parlare, la campagna di Vogue ha colpito nel segno. Sui social si è scatenato il dibattito attorno al mensile, e non c’entrano niente Miranda Priestley e Andy Sachs, ma una chiamata pubblica su Instagram a fotografi e videomaker a raccontare le sottoculture in Italia da qui a giugno, intitolata appunto “Subcultures in Italy”. I vincitori verranno pubblicati sul numero di agosto.
La rivista di settore più importante al mondo intende valorizzare culture legato al loro stile e prende come esempio i vestiti sardi. Una vetrina d’oro. E invece no: tra gli utenti sui social scatta l’indignazione. Per la foto, tratta dal progetto “Sweet fritters ballad” di GianMarco Porru, con l’abito tradizionale di Desulo indossato da una modella con una posa sexy, associata alla scritta: subcultures in Italy. Eppure, nella descrizione dell’iniziativa, sembra tutto molto chiaro. L’idea di Vogue Italia e PhotoVogue è raccontare «che cos’è L’italia?», la Roma felliniana, Anna Magnani e Sophia Loren, e ben altro. Il tentativo di Vogue sembra piuttosto quello di scardinare l’immaginario vintage: «L’Italia è anche un sottobosco di realtà e storie celate e mai svelate. È un Paese complesso e molteplice, con una storia ricca, spesso travagliata, che attraverso i secoli ha conosciuto le influenze di popoli e culture diverse».
Talentuosi di foto e video perciò dovranno mostrare «le sottoculture in Italia oggi, andando oltre quelle già note per scoprirne di nuove: realtà locali e regionali, modi di vivere e di essere fuori dal mainstream ma profondamente radicati nel tessuto culturale del Paese – si legge –. Storie e identità ancora poco visibili da portare alla luce. Skaters, punk, ravers, club kids, ma anche comunità più intime e inaspettate: ciò che conta non è l’origine, ma il contesto. Le immagini devono essere realizzate in Italia». Nella comunicazione social il punto è che a volte l’interpretazione anticipa e sorpassa il messaggio. Come si dice: la malizia sta negli occhi di chi guarda; e qui non c’è colonialismo, ma solito pensiero del colonizzato che cerca approvazione e riconoscimento. E invece le radici “sub” e “sotto” fanno tanta paura. Ma è un falso allarme: «Subcultures in Italy è aperta a qualsiasi forma di sottocultura nata sul territorio italiano, che sia originata da commistioni con altre culture e da comunità della diaspora, o da movimenti e comunità che affondano le radici in tradizioni antiche in Italia». E la Sardegna è (ancora) in Italia.
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