Sindacopoli, Peru prosciolto: «Non provo rancore né cerco rivincite»
Il consigliere regionale di Sorso commenta la chiusura del processo per prescrizione: «Ho vissuto l’umiliazione del carcere e giudizi feroci»
Oristano Non c’è trionfalismo nelle parole di Antonello Peru. Dopo il proscioglimento dall’inchiesta Sindacopoli, il consigliere regionale leader Sardegna al Centro 20venti ha scelto il tono della riflessione profonda, quasi filosofica, di chi ha attraversato il deserto e ne è uscito senza voler contare le ferite, ma solo le lezioni apprese.
«Accolgo questa decisione con serenità e con profondo rispetto per le istituzioni», ha esordito. «Con questo proscioglimento si chiude un percorso di quattordici anni e sei processi, tutti conclusi con un’assoluzione. Non considero questo tempo perduto».
Il racconto scava a fondo. Parla di «buio», di «umiliazione del carcere», ma soprattutto di una tenuta interiore che non ha mai ceduto. «Ho attraversato il buio e anche l’umiliazione di mesi trascorsi in una cella, ma li ho vissuti senza mai perdere fiducia in me stesso, nelle persone, nel mio lavoro e nei valori in cui credo. Ho capito che esistono prove che vanno oltre ciò che possiamo decidere noi e che la vita, a volte, le fa accadere perché portano con sé un significato che comprendiamo solo dopo. Possiamo però scegliere come affrontarle. Io ho scelto di farlo senza odio, cercando di trasformare anche le prove più dure in un’occasione di crescita umana». Un passaggio centrale riguarda quella che definisce «gogna» mediatica e il giudizio sociale. Un tema, quello del tribunale dell'opinione pubblica, che troppo spesso precorre quello delle aule giudiziarie. «Non provo rancore e non cerco rivincite. Credo che il dolore, se attraversato con dignità, possa diventare una scuola di vita. Ho imparato a farlo anche sotto il peso di un giudizio pubblico che, troppo spesso, è stato più feroce e veloce della verità: sui social, nell’opinione comune, in quella condanna sommaria che non aspetta i fatti». Infine, il pensiero per chi ha pagato un prezzo senza averne scelto il destino. «La parte più dolorosa di questo cammino non è stata quella che ho vissuto io, ma la sofferenza che queste vicende riversano sulle persone che ami: mia madre, la mia famiglia e gli amici più cari». Inevitabile, il riferimento al ruolo istituzionale e al trauma delle sospensioni: «Porto dentro di me anche il dolore delle due sospensioni subite in applicazione della legge Severino, da un ruolo che ho sempre vissuto come un servizio. Quella fiducia ricevuta dai cittadini è stata per me il bene più prezioso; il tempo in cui non ho potuto onorarla, nessuno potrà restituirmelo».
La chiusura è un omaggio ai suoi legali — Luigi Esposito, Pasquale Ramazzotti, Marco Enrico e Pietro Pittalis — e agli amici che non hanno mai fatto mancare la loro presenza silenziosa. «Oggi non festeggio contro qualcuno. Guardo avanti con gratitudine e con una determinazione ancora più forte. Perché la verità, anche quando il suo cammino è lungo e doloroso, resta sempre figlia del tempo e mai dell’autorità». (m.cuccu)
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