Dai delitti alla ricerca della verità, Stefano Nazzi racconta la cronaca nera: «Non serve sensazionalismo, i fatti parlano da soli»
Il giornalista del Post ospite dell’Alguer summer festival con Indagini live
Narrazione pulita, stile rigoroso, contenuti chiari e documentati. Il tema sono i fatti di cronaca nera. Luca Varani, Elisa Claps, Ermanno Lavorini. Il focus, però, non è sui delitti, ma sulla ricostruzione della verità: su indagini e processi, con le loro intuizioni e i loro errori. E poi i media e il contesto sociale: come questi hanno reagito alle indagini e come le indagini ne sono state influenzate. La voce è quella del giornalista del Post, Stefano Nazzi, il format quello di “Indagini”, il podcast di cui è autore e che lo scorso inverno è uscito dalle piattaforme digitali per farsi spettacolo live. La prossima tappa è all’Alguer summer festival: Nazzi salirà sul palco dell’anfiteatro Ivan Graziani di Alghero domani sera alle 21.30. In scena, la storia di Cristina Mazzotti; il quadro storico, quello della stagione dei sequestri che hanno segnato l’Italia tra il 1969 e il 1998.
Perché ha scelto di raccontare quel periodo e, in particolare, la storia di Cristina Mazzotti?
«Perché rivedendo i numeri mi sono reso conto dell’importanza di quella stagione. È stata un’epoca feroce. Tra fine anni Sessanta e fine anni Novanta ci sono stati 694 sequestri: 564 uomini, 130 donne e 30 bambini. Era un tipo di reato molto diffuso perché era un business molto redditizio e poco rischioso. Il caso di Cristina Mazzotti è stato esemplare per la crudeltà messa in atto. Una ragazza di 18 anni venne tenuta chiusa in una buca, dove morì. E poi la sua storia ha avuto una coda in tempi recenti: gli ideatori del sequestro sono stati processati e condannati lo scorso febbraio».
Nella stagione dei sequestri ha avuto un ruolo di primo piano l’Anonima sarda.
«Sì, in termini di guadagno è stata seconda solo alla ‘ndrangheta, l’altra grande organizzazione che si è occupata di sequestri. Molte persone venivano nascoste sull’Aspromonte. Agivano con modalità diverse: la ‘ndrangheta, per esempio, operava sequestri molto più lunghi. Il record fu di circa 800 giorni».
Il suo podcast e il suo tour hanno un grande successo. Secondo lei perché c’è tutto questo interesse intorno alla cronaca nera?
«L’interesse c’è sempre stato. La differenza rispetto al passato è che ora ci sono molti più mezzi. Inoltre, grazie a internet, è anche aumentata la frequenza con cui vengono diffuse le informazioni. Il problema è che spesso non sono verificate. È sempre più complicato districarsi».
E proprio in mezzo a questo flusso continuo di storie, spesso frammentate, non documentate e raccontate con toni sensazionalistici, lei fa ordine.
«Io mi baso sugli atti giudiziari, è tutto verificabile. Il motivo per cui è nato il podcast è la volontà di raccontare la cronaca in maniera più distaccata, senza emotività e senza utilizzare toni sensazionalistici. I fatti parlano da soli, bastano loro per emozionare, non c’è motivo di caricarli. Per quanto riguarda me, il mio obiettivo è mettermi sempre tre passi di lato rispetto alla storia».
Lei entra in contatto con tanti eventi tragici, emotivamente provanti. C’è una strategia per non farsi travolgere?
«Cerco sempre di contestualizzare. Bisogna sempre pensare che sì, queste storie esistono, ma sono poche: per fortuna sono solo una parte infinitesimale di tutto ciò che succede».
A tal proposito, di recente ha diffuso i risultati di un report dell’Università Cattolica: l’Italia è tra i paesi europei dove si verificano meno omicidi. E sono in calo anche i furti in abitazione, i borseggi e le rapine. Eppure, tra le persone cresce l’insicurezza.
«Sì, in Italia, in generale, i reati sono in diminuzione. E questo anche perché i colpevoli vengono individuati più facilmente. La percezione, però, è un’altra e influiscono diversi motivi. Innanzitutto, nel caso della microcriminalità, c’è un abbassamento dell’età di chi commette i reati e un aumento del livello di aggressività. E poi, bisogna fare i conti con la visibilità di certe zone di degrado e con la propaganda politico mediatica. I problemi ci sono, ma andrebbero raccontati con più equilibrio».
Qui in Sardegna, nel 1989, è avvenuto un fatto che ha lasciato profonde cicatrici e a cui lei ha dedicato un episodio di Indagini; l’uccisione a Carbonia della giovane Gisella Orrù.
«La vicenda di Gisella Orrù è stata una di quelle su cui ha gravato moltissimo il contesto. Si è creata una cappa di omertà che ha nascosto tante cose».
Nell’ultimo periodo, invece, ha scelto di trattare la violenza del branco.
«Sì, attraverso due casi molto diversi. La morte di Desirée Piovanelli e quella di Federico Adrovandi. Mi interessava capire le dinamiche alla base: il gruppo porta a compiere azioni che singolarmente non verrebbero mai compiute. Di fatto, agisce come propulsore alla violenza».
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