Assalto al portavalori, la talpa della banda dell’oro sognava l’esplosione: «La voglio sentire forte» – Le intercettazioni
Luca Montanari lavorava in fonderia e dava le dritte sui furgoni blindati
Sassari «Speriamo di sentirlo. Ma forte lo voglio sentire». Il botto doveva arrivare lontano dalla fonderia di San Gavino. Il fragore delle cariche, il blindato sventrato, le portiere accartocciate. Luca Montanari, la talpa, invece, sarebbe rimasto al suo posto di lavoro. Dentro lo stabilimento, apparentemente estraneo a tutto, ad ascoltare il crescendo dei bassi del suo battito cardiaco, mentre aspettava il boato finale: quello che gli annunciava che le informazioni fornite per settimane erano finalmente diventate una rapina. Montanari è l’uomo senza il quale quel piano non avrebbe avuto occhi. Il basista senza il quale la Golden mole sarebbe rimasta solo una chiacchiera da bar.
54 anni, operaio specializzato della Portovesme srl, un uomo contorto, affascinato dal pericolo, che vive il colpo con la morbosità di un bambino che aspetta i fuochi d'artificio, ma con la competenza tecnica di chi l’oro lo maneggia ogni santa mattina. Non avrebbe dovuto impugnare un fucile né guidare una delle auto rubate. Il suo compito era più silenzioso e, forse, ancora più prezioso: contare l’oro, riconoscere il furgone, leggere la targa, osservare il caricamento e consegnare alla banda i segreti della fabbrica.
Montanari informa costantemente la banda sui giorni in cui avviene la “colata” , distinguendo i carichi di valore (l'oro) da quelli meno pregiati e più ingombranti (l'argento). Arriva a promettere di fotografare di nascosto i furgoni dal piazzale, fingendo di chattare con qualche amico, per poi inviare le targhe esatte ai complici. Tutto via chat criptata, Signal, col nome in codice Stuart.
Lui dell’oro sa tutto, quanto vale, quanto si può piazzare sul mercato, quanto pesa. Assapora i soldi prima ancora di stringerli in mano. I lingotti rubati hanno un problema: sono timbrati con un punzone. Mica semplice riciclarli. Carta propone di limare i numeri con uno smeriglio, ma Montanari lo blocca subito, raccontando di averci già tentato in passato e di aver fallito: «Ci ho provato già io mi ha fottuto... Ho perso un sacco di oro tagliandolo porca pu...a, per pulirlo, lucidarlo con quella cosa lì, l'ho ripesato c...o, 20 grammi in meno c...o, porca...». Spiega ai complici che serve un forno a induzione per rifonderli. «Se lo dobbiamo rifondere.. io ce l’ho da 1 kg eh... la formina da 1 kg c’ho la mia». Il 27 maggio Montanari comunica che il trasporto riguarderà soltanto quattro lingotti. Il giudizio della banda è perentorio: non conviene. Troppi uomini, troppe auto rubate, troppe armi, troppo rischio per due spicci.
Quando invece i chili diventano 37, tutto cambia. Montanari garantisce che il trasporto è eccezionale. Conta i lingotti insieme agli altri, dal numero 58 fino al 72. Quattordici pezzi. Conferma il peso, i fori, le numerazioni. Lui deve timbrare il cartellino e l’alibi, ma le orecchie saranno in attesa di notizie: «Forte lo voglio sentire...». (lu.so.)
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