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Sassari

L’intervista

La ex procuratrice generale di Sassari: «La mafia si infiltra nell’isola, favorita dalla presenza dei detenuti al 41bis»

di Nadia Cossu
La ex procuratrice generale di Sassari: «La mafia si infiltra nell’isola, favorita dalla presenza dei detenuti al 41bis»

Maria Gabriella Pintus va in pensione: «La produzione locale di cannabis ha facilitato legami con gruppi criminali»

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Nata a Sassari nel 1958, in magistratura dal 1986. A 68 anni, Maria Gabriella Pintus, procuratrice generale presso la sezione staccata della corte d’appello di Sassari, tra i pilastri della magistratura isolana, è andata in pensione. All’inizio della sua carriera ha svolto le funzioni di pretore a Tempio Pausania, poi a Sassari in Procura presso la pretura. Per alcuni anni ha anche lavorato come magistrato di sorveglianza. Dal 2006 è passata alla Procura per i minorenni e infine alla Procura generale di cui ha svolto le funzioni di capo ufficio dal 2017. Nel contempo ha diretto anche la Procura generale di Cagliari, come facente funzioni, complessivamente per più di due anni in attesa che venisse nominato il nuovo procuratore generale.

Dottoressa Pintus, è andata in pensione dopo decenni di magistratura. Con quale stato d’animo ha lasciato l’aula di giustizia per l’ultima volta?

«Ho pensato molto negli ultimi anni al momento in cui sarei andata in pensione. È stata una scelta meditata, anche perché avevo già deciso di anticipare il mio pensionamento di qualche anno. Per questo motivo ho affrontato il distacco senza grandi rimpianti, anche se è sempre difficile lasciare un lavoro che ti ha appassionato e in cui hai creduto profondamente. Ho cercato di svolgere il mio ruolo al meglio e con dedizione, più attenta all’operare che all’apparire. Ricordo che quando venne arrestato Carles Puigdemont (eurodeputato e politico catalano nei cui confronti la Spagna aveva emesso un mandato di arresto europeo) mi contattarono giornalisti di famose testate americane e declinai ogni intervista: volevo che le mie idee emergessero solo dal mio lavoro sugli atti. Risponde al mio carattere. Sono un po’ vecchio stile».

Lei ha affrontato casi molto delicati, spesso legati a omicidi e femminicidi e anche sequestri di persona. C’è un processo che le è rimasto dentro più degli altri e perché?

«Ogni caso giudiziario ha dietro una vicenda umana con il suo carico, piccolo o grande, di dolore e sofferenza. Per questo l’attenzione deve essere sempre massima. Sicuramente certi casi di omicidio mi hanno impegnata in maniera importante e hanno segnato la mia vita professionale. Tante volte può sembrare scontato che, dopo una condanna nel processo di primo grado, si giunga facilmente a una conferma della decisione in appello, ma non sempre è così. La difesa spesso evidenzia alcuni aspetti, nella ricostruzione del fatto o nell’interpretazione delle norme, che meritano un approfondimento. Nei casi più importanti di cui mi sono occupata ho spesso chiesto e ottenuto una rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, ossia ho chiesto e ottenuto che si tornasse in aula per riesaminare alcune prove (si pensi all’omicidio di Dina Dore o al sequestro di Titti Pinna)».

C’è una sentenza che, ancora oggi, considera particolarmente giusta?

«Non parlerei di sentenze giuste o ingiuste. Direi piuttosto che talvolta la verità processuale potrebbe non aver corrisposto ai miei convincimenti di colpevolezza. Ricordo un caso di denuncia di violenza sessuale in ambito familiare. La ragazzina denunciò il fatto dopo alcuni anni. Non fu creduta dalla Corte d’appello perché la difesa provò che tra la bambina e l’imputato vi era un rapporto affettivo molto stretto, ritenuto dai giudici incompatibile con episodi di violenza sessuale. Io fui, invece, sempre intimamente convinta che la ragazza avesse detto la verità e che purtroppo quel legame così stretto con l’imputato fosse l’effetto della relazione affettiva distorta che si era creata tra loro. Le vicende umane possono avere tante sfumature. Non sempre tutto può emergere nel processo, il quadro probatorio opera su un piano differente».

Negli ultimi trent’anni la magistratura è cambiata profondamente. In meglio o in peggio?

«È sicuramente molto cambiata, così come è cambiata la società. Quando sono entrata in magistratura i magistrati più anziani erano in genere persone che avevano condotto una vita molto riservata anche dal punto di vista personale. Non esisteva alcuna esposizione mediatica. La “giustizia spettacolo” è sopraggiunta con le trasmissioni televisive a caccia di effetti speciali. Ora con i social il risultato è dirompente. In ambito giudiziario ognuno pensa di essere legittimato a dire la sua anche se non conosce né gli atti del processo né i principi giuridici di base. In questo contesto appare opportuno, e utile, che i magistrati intervengano pubblicamente sulle problematiche politico-giudiziarie di maggiore interesse pubblico. Ovviamente gli interventi dovrebbero limitarsi a un’analisi tecnico-professionale».

E degli ultimi progetti di riforma cosa pensa?

«Il fine ultimo dovrebbe essere sempre il miglioramento dell’efficienza della giustizia. In realtà alcune recenti riforme sono apparse molto carenti su questo versante. Per esempio, quella attuata in materia di liberazione anticipata, che ha introdotto dei calcoli virtuali per comunicare in anticipo ai condannati il possibile fine pena in caso di buona condotta, ha comportato un aggravio sugli uffici delle Procure senza alcuna utilità pratica. Anche la riforma relativa alla separazione delle carriere, poi non entrata in vigore a seguito del referendum, non avrebbe comunque comportato alcun miglioramento sull’efficienza del processo».

In queste dinamiche quanta influenza può avere la politica?

«Purtroppo spesso la politica cavalca i clamori di certe vicende processuali per giustificare modifiche in campo giudiziario utili solo per scopi elettorali, ma non adeguate ad apportare effettivi miglioramenti. Il nostro sistema ha il difetto di un eccessivo ampliamento degli illeciti, con una tendenza alla criminalizzazione di ogni comportamento irregolare e il conseguente appesantimento della macchina giudiziaria. Allo stesso tempo abbiamo un Codice penale che nei suoi principi di base è ancora attualissimo. Un’ulteriore modifica, ad esempio, della legittima difesa, che preveda un ampliamento degli attuali presupposti dell’istituto (che sono l’attualità del pericolo e la proporzionalità con l’offesa), potrebbe avere effetti negativi sul piano sociale. Infatti, se legittimassimo una reazione sproporzionata e successiva all’offesa apriremmo la strada alla violenza privata, con il rischio di aumentare i casi di aggressione».

Oggi si parla molto di crisi di fiducia dei cittadini nella giustizia. È una percezione corretta?

«I cittadini sentono la magistratura molto distante. Ciò è dipeso da molti fattori. La spettacolarizzazione della giustizia attuata dai mass media ha indotto in tanti casi i cittadini a sostenere la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato sulla base delle notizie inevitabilmente parziali riportate dalla stampa. In questo gioco i magistrati che hanno preso una decisione sgradita a una parte della popolazione vengono, da questa, automaticamente visti come degli incompetenti. Certo, gli errori possono esserci perché anche nel nostro lavoro non esiste l’infallibilità, questo però non significa che ogni decisione non condivisa possa essere letta come superficialità o malafede. Molte vicende non sono mai interamente bianche o nere: ci sono elementi che emergono progressivamente, valutazioni difficili, margini di incertezza che vanno governati con rigore e prudenza».

La Sardegna è cambiata dal punto di vista criminale?

«Molto. La produzione in loco e in larga scala della canapa indiana ha comportato un aumento dei reati connessi allo spaccio degli stupefacenti, ma non solo. Infatti, la realizzazione di un florido mercato di spaccio ha consentito di creare legami con organizzazioni criminali della penisola con aumento di disponibilità di danaro per lo svolgimento di altre pericolose attività illecite (si pensi alle rapine ai portavalori). Infine, la presenza massiccia nelle carceri isolane (presenza che purtroppo andrà ancora ad aumentare) di detenuti condannati per gravi reati di mafia (sia sottoposti al regime del 41 bis sia inseriti nei circuiti di alta sicurezza) ha sicuramente inciso nel favorire l’infiltrazione di soggetti legati a organizzazioni criminali della penisola».

Quanto ha inciso?

«Questo aspetto è sempre stato sottovalutato. Io stessa all’inizio non credevo che la presenza di quel tipo di detenuti potesse avere un’influenza così forte sulla realtà sociale esterna. Poi, invece, ho visto come la presenza dei parenti che viaggiano per i colloqui e la ricerca di alloggi per la fruizione di permessi e di misure alternative possa incidere pesantemente. La lettura di alcune intercettazioni mi aveva aperto gli occhi sul fatto che le organizzazioni mafiose spesso mettono a disposizione dei parenti dei detenuti alloggi sul territorio nazionale per facilitare i contatti con le famiglie. Tutto questo, unitamene alla particolare realtà economica delle nostre coste, ha determinato dei cambiamenti nel contesto criminale locale».

Dopo tanti anni trascorsi nei tribunali, qual è la lezione più importante che la giustizia le ha insegnato sulla natura umana?

«È un bellissimo lavoro ma è un po’ una missione. Bisogna essere disposti a sacrificarsi e talvolta senza grandi riconoscimenti. Al tempo stesso è un lavoro che arricchisce molto. Prima di diventare Avvocato generale ho fatto per tanti anni il magistrato di sorveglianza. Un’esperienza intensissima. Ci si accorge di come possa essere facile sbagliare o trovarsi coinvolti in situazioni difficili. Tutto ciò alla fine mi ha indotto, soprattutto nella mia vita personale, a essere meno severa nel giudicare gli altri». 

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