La Nuova Sardegna

Il fenomeno

Le chiese dell’isola si svuotano, sempre meno preti nei piccoli comuni: scompare la figura del parroco di paese

di Mario Girau
Le chiese dell’isola si svuotano, sempre meno preti nei piccoli comuni: scompare la figura del parroco di paese

Il cardinale Matteo Zuppi: «La Cei si impegnerà per le aree interne»

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Sassari Non territori marginali, ma luoghi capaci di custodire legami, memoria e fede popolare. Allo stesso tempo, luoghi che stanno perdendo le loro guide spirituali: i sacerdoti. È l’altro volto dello spopolamento delle aree interne della Sardegna, un criticità tratteggiata dai vescovi italiani, che da cinque anni puntano la lente sulla situazione dei piccoli comuni.

Nell’isola sono interessate tutte le dieci diocesi, nelle quali sono distribuiti 319 comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti, cioè l’84% dei 377 municipi istituiti in Sardegna. Il problema, in maniera particolarmente grave, colpisce i 130 comuni sotto i mille residenti, molti dei quali - a causa del ridotto numero di sacerdoti - hanno anche perso il parroco in servizio esclusivo. In tutti questi casi, le celebrazioni religiose sono state affidate a un prete a scavalco, che si occupano di due, tre e anche quattro parrocchie.

«Una delle cose che le persone chiedono alla Chiesa è proprio quella di non essere lasciate sole. Per noi si tratta di una richiesta importante», dice monsignor Roberto Carboni, arcivescovo di Oristano e vescovo di Ales-Terralba. Carboni da gennaio è impegnato nella visita pastorale alle 85 parrocchie della Chiesa arborense, alcune delle quali non superano 500 abitanti.

Il problema delle aree interne è un argomento costante nelle diocesi sarde, anche per le ricadute pastorali generate nelle parrocchie di città. «Abbiamo perso – dice un sacerdote – l’esatta dimensione del numero dei bambini e ragazzi che frequentano le nostre comunità: catechismo in città, sabato e domenica in paese per trascorrere il fine settimana dai nonni».

«In quest’ultimo anno – ha fatto sapere l’arcivescovo di Cagliari, Giuseppe Baturi – la Cei ha avviato un coordinamento unitario delle diverse iniziative degli uffici e degli organismi nazionali per le aree interne, fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali».

Il cardinale Matteo Zuppi, presidente Cei, all’inizio di settembre ha incontrato su queste problematiche una trentina di vescovi, evidenziando «la grande determinazione della Conferenza episcopale perché le aree interne non si trovino accompagnate da cure palliative, o peggio ancora dall’eutanasia, ma vengano aiutate a guardare al futuro, per invertire la tendenza».

La Chiesa sarda ormai lavora per una pastorale non separata dalle dinamiche territoriali, economiche, sociali e culturali, nella consapevolezza, come scrive papa Leone XIV, che «l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale».

Due anni fa il vescovo di Ozieri, Corrado Melis, ha organizzato ad Anela un incontro insieme a tutti i sindaci del Goceano per sollecitare una politica di sviluppo del territorio, con precise iniziative non più legate ad un singolo Comune.

Identico appuntamento, ma per la Trexenta, nel 2024 promosso dalla parrocchia di Seuni, frazione di Selegas.

L’arcivescovo Baturi indica la rotta lungo la quale si muovono le diocesi: «La promozione di reti comunitarie, in grado di essere prossime alle persone, è un fattore decisivo per la vita e il benessere delle popolazioni, anzitutto perché la cura delle persone all’interno di queste reti condiziona la qualità della vita e costituisce una sorta di terapia preventiva. Si genera una sorta di amicizia sociale costruita attraverso la capacità di mettere in relazione soggetti diversi».

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