Pensioni, si alza ancora l’età di uscita: nel 2029 vecchiaia a 67 anni e 6 mesi
Le stime della Ragioneria: aumentano anche i contributi per l’uscita anticipata, la spesa toccherà il 17,1% del Pil
Roma L’età per andare in pensione è destinata ad aumentare ancora. Secondo le proiezioni della Ragioneria generale dello Stato, nel 2029 il requisito per la pensione di vecchiaia potrebbe salire a 67 anni e 6 mesi e dal 2031 a 67 anni e 8 mesi. Per l’uscita anticipata, indipendentemente dall’età, agli uomini servirebbero invece 43 anni e 4 mesi di contributi nel 2029 e 43 anni e 6 mesi nel 2031; per le donne il requisito resta inferiore di un anno.
Si tratta, è bene precisarlo, di stime tecniche e non ancora di requisiti definitivi. Gli adeguamenti dal 2029 in poi dipenderanno infatti dall’andamento effettivo della speranza di vita rilevato dall’Istat.
Per il biennio precedente, invece, le nuove soglie sono già state definite. Nel 2027 la pensione di vecchiaia richiederà 67 anni e un mese, mentre nel 2028 si salirà a 67 anni e tre mesi. Per la pensione anticipata gli uomini dovranno raggiungere 42 anni e 11 mesi di contributi nel 2027 e 43 anni e un mese nel 2028; per le donne serviranno rispettivamente 41 anni e 11 mesi e 42 anni e un mese.
Il legame con la speranza di vita
Alla base degli aumenti c’è il meccanismo previsto dalla normativa che collega periodicamente i requisiti pensionistici all’evoluzione della speranza di vita. Se questa cresce, anche le soglie per lasciare il lavoro possono essere spostate in avanti. Non è quindi una nuova misura proposta dalla Ragioneria, ma un automatismo già previsto dall’ordinamento e inserito nelle proiezioni di lungo periodo. Proprio questo meccanismo, insieme alla progressiva estensione del sistema contributivo, rappresenta uno degli strumenti con cui viene contenuto l'impatto dell’invecchiamento della popolazione sui conti pubblici.
La spesa sale con l’uscita dei baby boomer
Nei prossimi quindici anni il peso delle pensioni sull’economia continuerà infatti a crescere. Le proiezioni indicano un rapporto tra spesa pensionistica e Pil destinato a raggiungere il 17,1% intorno al 2041, per poi rimanere su livelli molto elevati negli anni immediatamente successivi.
Il principale fattore è demografico. L’ingresso in pensione delle generazioni numerose del baby boom farà aumentare il numero dei trattamenti pensionistici rispetto a quello degli occupati.
A frenare questa crescita intervengono due elementi: da una parte l’innalzamento dei requisiti legato alla speranza di vita, dall’altra la progressiva diffusione del metodo contributivo, nel quale l’importo della pensione dipende più direttamente dai contributi versati durante tutta la carriera lavorativa.
Per chi ha davanti ancora molti anni di lavoro questo significa che la continuità contributiva assumerà un peso sempre maggiore: periodi senza versamenti, retribuzioni basse o carriere discontinue possono incidere sull’importo dell’assegno futuro.
Dal 2045 la curva comincia a scendere
Dopo il picco, lo scenario cambia. Dal 2045 il rapporto tra spesa pensionistica e Pil dovrebbe iniziare a ridursi, scendendo verso il 16,2% nel 2050 e fino a circa il 14% nel 2070.
A favorire la discesa saranno l’esaurimento progressivo dell’effetto prodotto dal pensionamento dei baby boomer, la maggiore diffusione del calcolo interamente contributivo e il continuo adeguamento dei requisiti all’aspettativa di vita.
L’invecchiamento della popolazione continuerà comunque a pesare sui conti pubblici anche attraverso la sanità e l’assistenza di lungo periodo. Il quadro che emerge dalle proiezioni è quindi quello di un sistema previdenziale nel quale, salvo futuri interventi legislativi, l’uscita dal lavoro tenderà gradualmente a spostarsi in avanti e l’importo delle pensioni sarà sempre più strettamente legato ai contributi accumulati durante la vita lavorativa.
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