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Sassari

Vittore Bocchetta, una vita per non dimenticare l’orrore

Vittore Bocchetta, una vita per non dimenticare l’orrore

Nato a Sassari nel 1918, esule, antifascista, oggi l’artista parteciperà nella sala Angioy alla presentazione della sua biografia scritta da Giuliana Adamo

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Vittore Bocchetta, “antifascista, deportato, sopravvissuto, esule, artista, rimpatriato, testimone degli avvenimenti più tragici del XX secolo”, è nato a Sassari il 15 novembre 1918. La definizione è di Giuliana Adamo, professoressa al Trinity College di Dublino, che ne ha scritto la biografia, “Vittore Bocchetta. Una vita contro”. Lui, 95 anni, sarà stasera con lei alla Sala Angioy della Provincia, 17.30. «Noi sardi, pare strano, non finiamo mai di stupirci di altri sardi», dice Oliviero Diliberto nella prefazione; e nella postfazione. Paolo Cherchi, per tanti anni professore di Letteratura italiana negli Stati Uniti, confessa che avrebbe voluto scriverla lui, la biografia di questo amico. Un'altra coordinata sassarese: il padre Manfredi era un maggiore dell'esercito qui a Sassari, dove Vittore ha vissuto i primissimi anni; la madre, Maria Cristina Masala, era figlia del notaio sassarese Eugenio. Con lei il ragazzo avrà una serie di problemi: quando lascia la casa, a 19 anni, la lascia per sempre. Ribelle da quel momento, lo sarà per tutta la vita. Laurea in Filosofia a Firenze nel ’44, quando già a Verona, dove abita, è stato arrestato un paio di volte per antifascismo. Il 9 settembre partecipa al famoso assalto alla Caserma Morosini dove una folla di donne libera novecento soldati italiani. Le guida un sacerdote, cui, diventato scultore, dedicherà una statua. Arrestato nell'agosto del 1944 e, via Bolzano, deportato in Germania, finisce a Flossenbürg, uno dei più famigerati campi di sterminio, e di qui a Herrsbruck, dove resterà sino ad una “marcia della morte”, aprile 1945, dove ancora una volta riuscirà a sfuggire alla morte. I mesi del lager sono i più crudeli, ma i quattro anni successivi sono i più amari della sua vita: scontento di quella Italia nuova che non vuole rinascere, sconvolto dal ritorno dei fascisti a posti di guida, espatria in Argentina. Seguono 42 anni di esilio: tre anni ai tempi di Peron (la laurea non è riconosciuta, s'inventa ceramista). Se ne va, vive quattro anni in Venezuela sotto un'altra dittatura, dal ’58 è negli stati Uniti dove si laurea, insegna nell'Università di Chicago, si fa una fama come scultore, scrive libri, insegna italiano in un corso tv di giro nazionale.

Nel 1991 ritorna a Verona. Da allora, presidente onorario della Fiap, Federazione delle Associazioni partigiane, gira l'Italia e la Germania perché nessuno dimentichi quel “Quinquennio infame”, come è intitolato uno dei suoi molti libri. A Herrsbruck c'è ora un suo grande monumento: agli Ohne Namen, “senza nomi” come migliaia di quei morti.

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