Alina, mobilitazione per avere giustizia
Per la prima volta in 26 anni si muove la città della studentessa uccisa e gettata in mare. Due inchieste e nessuna risposta
SASSARI. Fra pochi giorni saranno 26 anni. Tanti ne sono passati dalla notte del 9 settembre del 1988 quando la studentessa di Porto Torres Alina Cossu è stata barbaramente uccisa e gettata in mare dalla scogliera tra Balai lontano e Abbacurrente. Due inchieste - una nata male e finita peggio - non hanno avuto l’esito sperato e l’assassino (forse anche qualcuno che l’ha favorito) girano tranquillamente, rafforzati dal fatto che la giustizia non è riuscita a compiere passi adeguati. E che neppure la scienza, per mano dei consulenti più qualificati è riuscita - con le nuove tecnologie di cui si dispone oggi - a tirare fuori un elemento decisivo per aiutare a scrivere il nome di chi ha ucciso una ragazza di appena vent’anni.
La ferita è ancora aperta, e non solo perché la famiglia di Alina Cossu non ha avuto la risposta che ha atteso contando i giorni per 26 lunghi anni, ma anche perché la città di Porto Torres è stata «indagata» al suo interno, ha visto famiglie coinvolte, luoghi frugati, uomini e donne esaminati e guardati male come potenziali assassini quando due indagini diverse si sono incrociate e si è reso necessario verificare che anche chi ha partecipato a uno spuntino tra amici 26 anni fa non avesse qualcosa a che vedere con la morte della ragazza.
Oggi che anche la seconda inchiesta si avvia verso l’archiviazione (la richiesta è già stata formalizzata), Porto Torres per la prima volta si mobilita. E lo fa in maniera delicata, senza puntare il dito contro nessuno, quasi in punta di piedi ma con la decisione di chi crede che c’è un grande bisogno di verità per spazzare via un’ombra pesante che grava sulla città. Una messa nella basilica di San Gavino e poi una sorta di reading aperto a tutti in atrio Comita, tra canti (quelli che erano anche patrimonio giovanile di Alina) e riflessioni. Tutti sono chiamati a partecipare da un gruppo spontaneo - formato in particolare da amiche della studentessa scomparsa - ma anche da altri volontari e associazioni che hanno affiancato gli organizzatori d’intesa con la famiglia.
Ventisei anni senza un perché, senza sapere chi è stato sono troppi. Tanti. Soprattutto per la madre e il padre di Alina, per le sorelle e i fratelli che hanno atteso senza cancellare mai la speranza. E oggi più che mai si cerca la risposta: vogliono sapere cosa è successo quella sera del 9 settembre del 1988, quando Alina è uscita dal Bar Acciaro nel corso Vittorio Emanuele (dove lavorava per pagarsi gli studi universitari) con un gelato in mano e ha cominciato la passeggiata verso casa senza arrivare mai. Poche centinaia di metri verso via Sassari, poi la svolta a sinistra tra le vie Adelasia e Alfieri fino a sfiorare l’ingresso di un circolo che allora era molto frequentato e oggi non esiste più. Da quel punto in poi solo ipotesi: un passaggio in auto (che solo un conoscente poteva permettersi di darle), la tappa al villaggio Verde dove era in svolgimento la festa del quartiere. Una sosta al Bar Giardino, vista da un testimone che oggi non c’è più. Poi più niente, sparita nel nulla. L’autopsia confermò le caratteristiche dell’omicidio d’impeto, l’aggressione avvenuta in un ambiente stretto (l’abitacolo di un’auto), poi il trasferimento nella scogliera (il corpo portato da più persone?) dove la ragazza si sarebbe risvegliata per poi essere strangolata e colpita selvaggiamente. Le impronte di una suola erano rimaste sulla fronte, rilevate, comparate con un paio di scarpe mai sequestrate ma solo fotografate e poi sparite. Non è vero che nessuno sa. Noi non archiviamo, la speranza di avere giustizia continua.
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