«Fu un’ischemia improvvisa e acuta»
Morì al Civile, i consulenti della difesa dei 7 medici imputati: l’infarto intestinale si verificò poco prima dell’intervento
SASSARI. Quando i chirurghi dell’ospedale Civile intervennero sulla paziente «la parete intestinale era integra e non perforata», questo per i consulenti della difesa ha un chiaro significato: l’ischemia era recente, risaliva a qualche ora prima dell’intervento, altrimenti i danni sarebbero stati ben evidenti. E questo vuol dire che una diagnostica precoce non avrebbe comunque consentito di prevenire un evento che è stato improvviso e acuto e che purtroppo ha portato alla morte della donna.
Ieri mattina nuova udienza davanti al giudice monocratico Teresa Castagna nel processo che vede sette medici imputati di omicidio colposo (è questo il reato contestato dal sostituto procuratore Paolo Piras) per la morte di Maria Franca Vannini, 69 anni, che ha smesso di respirare il 2 gennaio 2009. Era stata ricoverata per un tumore al colon, ma due interventi non erano bastati a salvarla da un infarto intestinale. A processo sono finiti Nicola D’Ovidio, Pierpaolo Manca, Gianuario Salis, Giorgio Norcia, Carlo Rettaroli, Giovanni Mura, Giampiero Mastino (assistiti dagli avvocati Sebastiano Chironi, Nicola Satta, Vittorio Campus, Lorenzo Galisai, Mauro Norcia).
Solo la tenacia del marito di Mariolina Vannini, Gian Giacomo Dionisi (consigliere comunale dei Verdi negli anni Novanta e costituitosi parte civile in questo processo con l’avvocato Pietro Piras) aveva convinto la Procura a riaprire l’inchiesta che inizialmente era stata archiviata. L’uomo si era persino incatenato davanti alla sede dell’Asl per chiedere giustizia e verità.
Secondo le indagini del pm Piras, che aveva incaricato del caso esperti della penisola, i medici non erano intervenuti in modo tempestivo nel curare la paziente, in sostanza non avevano previsto la complicazione successiva all’intervento del 3 dicembre 2008. Dopo l’asportazione del tumore la pensionata era stata dimessa il 6 perché sembrava che l’operazione fosse perfettamente riuscita. Ma da subito la situazione era degenerata: Dionisi dovette riportare d’urgenza la moglie in ospedale l’8 dicembre. Il 23 subì un nuovo intervento chirurgico ma per la donna non ci fu niente da fare. Cosa accadde in reparto nei giorni tra l’8 e il 23? I medici fecero il possibile per salvarle la vita?
I due consulenti della difesa ieri hanno chiarito alcuni dubbi. Lo ha fatto prima Luigi Presenti, direttore di Chirurgia generale al Giovanni Paolo II di Olbia e dopo di lui Franco Badessi ex primario di Chirurgia al San Francesco di Nuoro.
I consulenti hanno spiegato che i sintomi lamentati dalla paziente – dolori addominali – erano assolutamente compatibili con i malesseri tipici del decorso post operatorio. Non ci furono «scarsi approfondimenti diagnostici per l’acuzie addominale della paziente» (come contesta il pm) perché «l’acuzie in realtà non si presentò», sostiene la difesa. La Vannini venne curata con una terapia antibiotica in quei giorni e veniva visitata ogni mattina. In aula è stato spiegato che, oltretutto, si parla di una donna la cui condizione clinica era già compromessa per via del tumore al colon che le era stato asportato. Quello che accadde dopo è riconducibile a una «sintomatologia subdola, un episodio ischemico che porta alla necrosi intestinale nel giro di poche ore». Tant’è vero che il 22 dicembre «le condizioni erano stazionarie», il 23 decisero di operarla «per eseguire una laparotomia esplorativa» dalla quale emerse che era in atto un infarto intestinale. Si verificò quello che i medici chiamano «catastrofe addominale» evento che ha casistiche di mortalità che sfiorano il cento per cento. E tutto avvenne nel giro di pochissimo tempo, impossibile quindi prevederlo e prevenirlo, secondo i consulenti della difesa.
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