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Sassari

Il “Wilson project” abbandona la città

Il “Wilson project” abbandona la città

Chiude lo spazio no-profit nel cuore del centro storico: ospitava mostre e artisti da tutta Europa

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SASSARI. Finisce dove aveva iniziato, con una personale dal profetico titolo “Calma e gesso”, l’invito che si fa ai giocatori di biliardo a non agire impulsivamente, soppesare le proprie decisioni. E Dario Costa la sua decisione più sofferta l’ha valutata bene, e ha deciso che dalla fine di ottobre chiuderà il Wilson Project space, lo spazio no profit che l’artista sassarese aveva inaugurato nel 2012 in un ex officina in via Marsiglia e poi trasferito nel cuore del centro storico, in via Spano. Una chiusura solo fisica, visto che il “progetto” troverà ospitalità fuori da Sassari e, probabilmente, dalla Sardegna, dove Costa ha sempre tenuto le sue mostre e seguito il suo percorso artistico.

E, proprio da questa sua esperienza fuori dal contesto sassarese, era nata l’idea di creare in città il Wilson, nella migliore tradizione degli spazi autogestiti che da almeno trent’anni a questa parte hanno contribuito non poco, in Italia come altrove, allo sviluppo del contemporaneo. Un luogo ospite di interventi, incontri, residenze e di artisti per lo più emergenti, sia a livello locale che globale, tra cui nomi del peso di Renato Leotta, Mauro Vignando, Luca De Leva, Daria Irincheeva, Manuel Scano, Thomas Berra, Eleonora di Marino, Alessandro Biggio, Igino Panzino. Ma anche i ragazzi del Laboratorio di critica d’arte e pratiche curatoriali, della cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università di Sassari o i primi passi di promettenti artisti locali.

Una piattaforma indipendente per la divulgazione dell’arte contemporanea sorretta solo per un anno con l’aiuto dalla Fondazione Banco di Sardegna, e per tutto il resto del tempo dalla sconfinata passione e generosità dell’artista classe ’77. Che di fronte alle difficoltà e alla penuria di risorse ha sempre trovato l’energia per rilanciare. Non questa volta. Con Dario Costa che registra la difficoltà a far passare, almeno a livello locale, la sua idea, che punta a privilegiare una dimensione progettuale del lavoro artistico intessuta di valenze concettuali e comunicative, che trova generalmente poco spazio nel contesto sardo, caratterizzato soprattutto da un forte interesse per la pittura. E prende atto di non essere riuscito a innescare il circuito virtuoso che permette a strutture come la sua, nel resto d’Europa, di autofinanziarsi.

Una resa a metà, visto che Costa ha sempre giocato sul filo della provocazione, come quando nel 2013 aveva ospitato la mostra di Eleonora di Martino "aperto!", letteralmente scardinando e rimuovendo la porta dello spazio in via Marsiglia e lasciandolo aperto a chiunque intendesse utilizzarlo in qualsiasi modo. «Magari – disse allora Costa – si riempirà di attività e di contenuti. Magari di polvere e immondizia, a testimoniare un ancora immaturo impegno alla partecipazione di chi, solo a parole, rivendica quotidianamente la scarsità di luoghi in cui esprimersi». Stimolo e provocazione che Costa ora riprenderà a mettere tutti dentro il suo lavoro di artista, portando in giro per l’Italia e l’Europa il suo progetto. Con buona pace della città di Sassari, che saluta un altro suo figlio in fuga e al posto del piccolo gioiellino no profit nel cuore del centro storico troverà l’ennesima serranda abbassata. (g.bua)

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