Piazza Castello a Sassari? Il ring 2.0 per fare a botte
I ragazzini per picchiarsi vogliono spettatori, “like” e popolarità su Facebook: si insultano sui social e poi si danno appuntamento in pubblico. L’ultima scazzottata risale a sabato scorso
SASSARI. Se piazza Castello o piazza d’Italia fossero il termometro della violenza in città, allora Sassari non avrebbe nulla da invidiare a certi ghetti metropolitani. Ogni week-end la rissetta settimanale, o la mini zuffa tra adolescenti è un appuntamento quasi fisso.
L’ultimo episodio sabato scorso, verso le 8 di sera, con sirene della polizia e nugoli di ragazzini che si volatilizzano in un batter d’occhio. Per fortuna però piazza Castello è solo un luogo eccezionale, una sorta di ring 2.0 dove fare a botte per diventare popolari, e Sassari resta pur sempre una città tranquilla. E se è diventato l’epicentro di tante turbolenze, il motivo c’è ed è piuttosto singolare: perché dai ragazzini quella piazza è stata eletta a una sorta di quadrato pubblico all’interno del quale regolare i conti. Della serie: si insultano, continuano a insultarsi su Facebook o su Whatsapp, e poi si danno appuntamento per darsele di santa ragione. E siccome ai tempi dei social non c’è gusto a fare le cose di nascosto, allora se proprio devi fare a pugni con qualcuno tanto vale farlo nel luogo più frequentato della città, davanti agli altri coetanei e a un pubblico che guarda, urla, incita e poi fa da cassa di risonanza commentando on line, vidimando infine l’impresa con una pioggia di Like.
Dice la gelataia: «A prenderli uno per uno, sono tutti educatissimi, vestiti inappuntabili dai piedi sino ai capelli. Vengono, ordinano il gelato, ringraziano. Ma presi insieme finiscono per fare branco, e si trasformano. Quando c’è una zuffa si muovono ondate di ragazzi. Per assistere arrivano da piazza d’Italia, da via Brigata Sassari, e formano un cerchio attorno ai due contendenti. A quel punto un banale litigio che si risolverebbe in uno spintone o in uno schiaffo, diventa qualcosa di molto più grosso, anche difficile da disinnescare. Anche per un adulto intervenire e separare può essere pericoloso, perché in quei momenti gli animi sono molto accesi». Succede esattamente così: due si affrontano, e generalmente non arrivano immediatamente alle mani. Come attori creano qualche minuto di suspance e preparano il palcoscenico. A quel punto c’è il solito che urla: «Mì che si stanno affarrando, ajò a vedere». E parte una specie di scossa elettrica che si irradia nell’arco di mezzo chilometro. Sciami di piccoli spettatori arrivano attirati come mosche curiose. «Sabato scorso – racconta un ragazzino – a un certo punto abbiamo sentito casino, poi dei cori, e allora siamo corsi anche noi a guardare». Dice l’edicolante: «La cosa che mi lascia sempre basita sono le ragazze. Sono quelle che gridano di più e sono più sboccate dei maschi. Se devo essere sincera c’è troppa confusione e non mi sento molto sicura. Un maggiore presidio delle forze dell’ordine sarebbe cosa molto gradita da queste parti». Racconta la farmacista: «I litigi ci sono quasi ogni fine settimana. I ragazzini sono molto arroganti e maleducati. Fanno un baccano tremendo con i motorini smarmittati e se provi a fargli osservazione ti guardano con occhi di sfida».
Dice il barista: «L’altra volta un gruppetto ha preso di mira un anziano, e l’hanno insultato pesantemente. A me hanno rubato una moto parcheggiata vicino alle panchine. Poi sono riuscito a rintracciare il ladro, ed era un 19enne che per una giornata è andato a zonzo per fare il gradasso in sella al mio 600».
Quando ancora Facebook non esisteva, tra gli adolescenti per regolare i conti con un duello pubblico la formula rituale era questa: «A te già ti aspetto all’uscita». Ma in quel caso gli spettatori erano circoscritti agli alunni del proprio istituto. Tutti, con un tam tam che risuonava di classe in classe, sapevano che dopo la campanella scolastica sarebbe risuonata l’altra campanella, quella del ring. E tutti accorrevano puntuali. Quindi le nuove generazioni non sono più violente o attaccabrighe delle precedenti. Ora forse c’è più la smania di essere “popolari”, che è la trasposizione di “figo” in un mondo dove l’approvazione social si conta sul numero di amici virtuali e di “mi piace” collezionati.
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