La Nuova Sardegna

Sassari

Migranti e carità tra Vangelo e social network

di Daniela Scano

Infuria la polemica sulle parole dell’arcivescovo di Sassari Paolo Atzei e sul suo invito a resistere alla «tentazione, magari ideologica o demagogica, di privilegiare i migranti rispetto agli italiani»

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L'arcivescovo Paolo Atzei, un francescano, è da giorni nella “fossa dei social network” per le polemiche scatenate da una sua intervista pubblicata da Lafedequotidiana.it e rilanciata dal sito di estrema destra Riscattonazionale.it. «La carità parte dalle persone più vicine a noi, e parlo degli italiani, che soffrono e spesso sono in miseria» ha detto il presule. Ancora: «La tentazione magari ideologica o demagogica di privilegiare i migranti rispetto agli italiani esiste e qualche volta diventa una sorta di moda». Il titolo, «La carità fatela prima ai poveri italiani, dopo pensiamo agli immigrati», ha scatenato i commentatori dei social. Solo una minoranza è entrata nel merito del ragionamento: è finita in una battaglia tra i favorevoli e i contrari ai “migranti che portano via le elemosine ai nostri poveri”.

Scarnificare le argomentazioni fino alla brutale strumentalizzazione ideologica è uno dei mali del nostro tempo. Chi ha un ruolo pubblico dovrebbe saperlo, a maggior ragione se decide di intervenire sul tema dell’accoglienza, molto controverso e delicato. Si tratta di una emergenza planetaria che dovrebbe essere affrontata con la mente aperta e con politiche internazionali e nazionali adeguate. Mentre altri cercano le soluzioni, il dramma sociale viene usato per guadagnare consensi da “politici” e polemisti senza scrupoli. Le speculazioni sulla disperazione sono miserabili.

Le parole di padre Paolo (che ha dichiarato di “non smentire sulla sostanza, perché quelle parole rispondono al principio di prossimità pratica”) sono quasi certamente state strumentalizzate. Però tutto ciò non sarebbe accaduto se l’intervistato si fosse informato meglio sull’intervistatore e se non avesse pronunciato la frase (non smentita) «poco alla volta rischiamo di smarrire la nostra identità cristiana. Prima o poi ci mangeranno i maccheroni in testa, mi perdoni la espressione». Qualsiasi cosa intendesse dire, il messaggio non è arrivato oppure è stato frainteso. Se un pastore di anime non si fa comprendere dal suo gregge questo è un suo problema, non delle pecorelle.

Entrando nel merito, Padre Paolo ha ragione quando afferma che l’emotività scatenata dal dramma dei migranti rischia di far dimenticare la sofferenza maturata nelle nostre città? O non è magari vero che qualcuno usa i “nostri” per contrapporli agli “altri” che vengono da lontano e fomentare così l’odio e la paura del diverso? È probabile chi utilizza questi argomenti non si sia mai occupato nè degli uni nè degli altri.

Si occupa invece di tutti i poveri e gli emarginati la Chiesa (anche quella sassarese) e se ne cura, con parole chiarissime e concetti luminosi, Papa Francesco quando invita la società ad aprirsi alla Misericordia che è anche il tema del Giubileo.

Di questo si occupò per primo un Signore più di duemila anni fa quando diceva «quindi: tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, fatelo anche voi a loro». Che poi è una delle esplicitazioni di uno dei precetti supremi del cristianesimo «ama il prossimo tuo come te stesso». Parole chiarissime in questi nostri tempi di indicibile sofferenza sia per chi nasce in Italia sia per chi è costretto a salire sulle carrette del mare per scappare dalla guerra, dalla fame, dalla disperazione. Parole che valgono per i credenti e per chi non ha la fede, ma coltiva valori universali che non possono essere condizionati da certificati di nascita o di residenza.

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