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Sassari

Tre anni fa l’accoltellamento di Caniga

Tre anni fa l’accoltellamento di Caniga

Secondo i giudici Marina Orrù ammazzò il coniuge divorata dalla gelosia. È stata condannata a 14 anni

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SASSARI. «Fu indubbiamente omicidio volontario. Marina Gavina Orrù uccise suo marito Mario Loi esasperata e divorata dalla gelosia». Così lo scorso giugno i giudici della sezione staccata della corte d’appello di Sassari motivavano la sentenza di condanna a 14 anni di carcere per la donna di 50 anni colpevole di aver accoltellato e ucciso il marito di 53, autista di ambulanze per l’associazione di soccorso Sant'Anna

Il delitto di Caniga risale al 17 luglio del 2013. Secondo la ricostruzione degli investigatori l’imputata colpì il marito con un coltello due volte in rapida successione, la prima ferendolo di striscio con la lama all’emitorace destro e immediatamente dopo in pieno petto, procurandone la morte.

Il verdetto d’appello aveva parzialmente riformato la sentenza di primo grado che condannava la Orrù a otto anni di reclusione per omicidio preterintenzionale (lo colpì ma non voleva ucciderlo, fu la sintesi dei giudici della corte d’assise). La donna ha infatti sempre sostenuto che si trattò di un incidente e che il marito le cadde addosso mentre lei, piegata per raccogliere il cellulare di lui finito a terra, impugnava il coltello che doveva usare per tagliare l’anguria. Il pubblico ministero Carlo Scalas aveva elencato una serie di elementi che a suo dire portavano a ritenere con certezza che l’imputata avesse colpito il marito con il fendente. Aveva parlato della conclamata crisi matrimoniale tra i due. Contestava, il pm, anche la ricostruzione della modalità di accoltellamento fatta dalla Orrù. E poi c’era quella frase che avrebbe detto alla figlia appena dopo la tragedia: «Vedrai che quando torna a casa (la moglie era convinta che il marito sarebbe sopravissuto ndc) non me lo perdonerà mai». Il che presupponeva per l’accusa l’intenzionalità del gesto. Sulla stessa linea i giudici della corte d’appello secondo i quali la disperazione che la donna mostrò dopo essersi resa conto di quanto aveva fatto non poteva essere interpretata come «segno dell’assenza della volontà omicidiaria». A quella disperazione hanno dato infatti una chiave di lettura differente: se anche i rapporti tra i due erano tesi c’era comunque una comunanza di vita di oltre vent’anni e lui era padre dei suoi figli. «Naturale quindi che, svanito l’impeto omicidiario, siano sopraggiunti il dolore e la disperazione per quanto commesso». (na.co.)

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