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Sassari

L’Europa è imperfetta ma risolve un sacco di problemi  

Luciano Marroccu
La sede del parlamento europeo a Bruxelles
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La sede del parlamento europeo a Bruxelles

L'OPINIONE - La trattativa sulla Brexit mostra la forza dell’Unione, è urgente lavorare sul grande progetto federale

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Ci sono paesi che più di altri hanno l’Europa nel loro Dna. Ad esempio il Belgio, la cui vicenda a partire dal 1830 dimostra come due popoli, valloni e fiamminghi, per alcuni tratti diversi, non ultimo la lingua, siano stati capaci di confluire in uno stesso stato. Un piccolo paese, il Belgio, spinto dalle sue stesse dimensioni a cercare unioni più larghe. Sino a vedere l’integrazione europea come la sua vocazione più vera. Tra politici belgi più coinvolti nella politica europea, spicca Guy Verhofstadt. Fiammingo e di orientamento liberale, Verhofstadt è stato primo ministro del suo paese. L’incarico che svolge attualmente di principale negoziatore del Parlamento europeo per la Brexit ne fa, quasi naturalmente, un campione della causa europea. A Theresa May che sembrava condizionare la collaborazione tra Regno Unito e Unione Europea nella difesa dal terrorismo a un atteggiamento benevolo dell’Unione sui temi economici, Verhofstadt ha detto papale papale che non c’era spazio per simili pateracchi e che i due temi – lotta al terrorismo e accordi economici – andavano considerati separatamente. Lasciando per altro intendere che proprio sul terreno dell’economia il Regno Unito avrebbe avuto modo di pentirsi della Brexit. Il politico belga non manca di riconoscere al Regno Unito qualche ragione, ma insiste sulla necessità di risolvere nel più breve tempo possibile il contenzioso. Vede l’urgenza di guardare in avanti, procedendo verso quello che definisce “il grande progetto federale degli Stati Uniti d’Europa”.

Attivo sul terreno strettamente politico, Verhofstadt è anche autore di importanti saggi sull’Europa. Uno dei suoi primi interventi aveva un sottotitolo, “Come l’Europa può salvare il mondo”, felicemente espressivo delle sue convinzioni. Quanto al suo saggio più recente, “L’ultima chance dell’Europa: perché gli Stati europei devono formare una più perfetta unione”, lascia davvero pochi dubbi sui suoi orientamenti. Insomma, di fronte a qualsiasi problema – questa la convinzione di Verhofstadt – la risposta è più Europa. Non si nasconde, tuttavia, le insufficienze e i clamorosi fallimenti che punteggiano la storia dell’Unione, a cominciare dalla persistente condizione dell’Ue di nano militare.

Una storia lunga, quella dei tentativi di far nascere un esercito europeo, che ha un suo punto di svolta nel 1954 con la mancata approvazione da parte della Francia del trattato relativo alla Comunità europea di difesa. Tra le critiche di Verhofstadt alle élites politiche europee, lo scivolamento verso una politica degli annunci. Interventi in tema di energia, occupazione giovanile, banche, a più riprese annunciati, non sono stati mai compiutamente realizzati. In sintesi, ciò che Verhofstadt chiede all’Europa è di fare ciò che non è stato ancora fatto.

La sua ricetta spinge verso un maggiore centralismo. Avere le proprie istituzioni sparse nel territorio, scrive, è una necessità per i paesi in via di sviluppo. Al contrario, le realizzazioni più impegnative del blocco economico più importante al mondo necessitano di una forte centralizzazione. Così come solo una forte centralizzazione può consentire la realizzazione di un vero esercito europeo, ancora più necessario oggi dopo i bruschi richiami a far da sé di Trump all’Europa.

Basata com’è sull’ottimismo della volontà, l’analisi di Verhofstadt risulta elusiva rispetto alle difficoltà che il grande progetto federale degli Stati Uniti d’Europa continua a trovare oggi. Mentre prospetta una sorta di Europa à la carte – con al centro un cuore di istituzioni espressione diretta dell’Unione e, intorno ad esse, trattati ad hoc tra gli stati – Verhofstadt non chiarisce il profilo in termini di sovranità di questo cuore istituzionale. Non è chiaro insomma – come ha scritto il politologo tedesco Jan-Werner Müller – se gli stati membri rimarranno “padroni dei trattati” o se i trattati potranno in futuro essere modificati senza unanimità. Più convincente il Verhofstadt negoziatore duro della Brexit, che fa capire come alla fine della trattativa i cittadini britannici, quanto a studi, viaggi, vacanze nei paesi dell’Ue, non avranno diritti superiori a quelli dei turisti provenienti da Mosca o degli studenti indiani. Un modo come un altro per far capire ai paesi membri rimasti che, con tutte le sue imperfezioni, a qualcosa pur serve l’Unione.


 

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