Cura il fratello e finisce in tribunale
di Nadia Cossu
Prescrive farmaco al congiunto, medico anche lui, che però ha un infarto e lo denuncia: «Stavo per morire per colpa sua»
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SASSARI. Due fratelli medici e un processo lungo dieci anni che li vede come parti contrapposte in un’aula di tribunale. Alcuni giorni fa è arrivata la sentenza di secondo grado. Uno vince, l’altro perde. Doppiamente, perché non solo i giudici rigettano la richiesta di risarcimento danni ma lo condannano anche a pagare le spese legali di tutti e due i gradi di giudizio.
La storia. Un medico di famiglia e un medico legale, quest’ultimo con qualche problema di salute legato a cardiopatia e diabete. Due fratelli che hanno scelto entrambi di studiare Medicina, con due specializzazioni differenti. Un giorno, come accade quando si chiacchiera durante gli incontri allargati di famiglia, il medico legale racconta al fratello di avere edemi e dolori alle gambe e lui (che non è il suo medico ma cede di fronte all’insistenza del fratello) gli prescrive un farmaco diuretico da assumere per un periodo limitato. Con il suggerimento di fare delle visite specialistiche e dei controlli più accurati proprio per via dei problemi di salute di cui già soffre.
La morte sventata. Passa una settimana da quella prescrizione quando, nel bel mezzo di una visita dal neurologo, il medico legale ha un arresto cardiaco. Per fortuna si trova in una struttura ospedaliera per cui scatta immediatamente la procedura d’urgenza per un eventuale intervento di cardiochirurgia. Medici e infermieri sono pronti a entrare in sala operatoria, la situazione sembra essere molto grave ma fortunatamente il quadro clinico si stabilizza fino a normalizzarsi e il peggio viene scongiurato.
La denuncia. Inaspettatamente succede dell’altro. Il paziente ritiene infatti che a causare quell’arresto cardiaco sia stato proprio il farmaco prescrittogli dal fratello e così decide di denunciarlo.
Il processo. Inizia il “calvario” giudiziario tra un’aula e l’altra dei tribunali. Il medico legale chiede un risarcimento danni di alcune centinaia di migliaia di euro. Convinto, evidentemente, che quel farmaco lo stesse per mandare all’altro mondo pensa di chiederne “conto” (in tutti i sensi) proprio al fratello che glielo aveva prescritto. Fratello che, come un fulmine a ciel sereno, si deve difendere da un’accusa che considera a dir poco assurda e che, ancor peggio, gli è stata mossa da un congiunto.
Il primo grado di giudizio. In primo grado il giudice stabilisce che non possa essere imputata al medico generico alcuna responsabilità e nega il risarcimento danni. Però dispone la compensazione delle spese.
L’appello. Si va al processo di secondo grado. A ricorrere in appello è ancora il medico-paziente. Il fratello “denunciato” si affida all’avvocato Francesco Nurra-Sini che affila le armi per smontare tutte le accuse contro il suo assistito. Un’altra consulenza (che conferma quanto già stabilito in primo grado) stabilisce che non c’è alcun nesso di causalità tra l’assunzione del farmaco e l’arresto cardiaco sopraggiunto dopo una settimana. L’infarto è addebitabile, casomai, alle condizioni di salute pregresse del medico legale che pare conducesse oltretutto uno stile di vita non proprio in linea con le patologie di cui era affetto. A supporto di questo sono state portate in aula anche alcune testimonianze.
La sentenza di secondo grado. Alcuni giorni fa, a distanza di dieci anni dall’inizio del processo, il giudice d’appello ha ribaltato la sentenza di primo grado annullando la compensazione delle spese. Deve pagare solo uno dei due: il medico legale. L’avvocato Nurra-Sini aveva infatti proposto appello incidentale formulando una richiesta specifica in merito a quell’aspetto. Richiesta che è stata accolta. Il giudice ha quindi nuovamente stabilito l’estraneità del medico di base per quanto riguarda l’arresto cardiaco subìto dal fratello riconducendo la causa principale alle condizioni di salute pregresse del paziente. Ma, ancor più, ha condannato quest’ultimo non solo al pagamento delle spese del processo d’appello ma anche a quelle del primo grado di giudizio.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La storia. Un medico di famiglia e un medico legale, quest’ultimo con qualche problema di salute legato a cardiopatia e diabete. Due fratelli che hanno scelto entrambi di studiare Medicina, con due specializzazioni differenti. Un giorno, come accade quando si chiacchiera durante gli incontri allargati di famiglia, il medico legale racconta al fratello di avere edemi e dolori alle gambe e lui (che non è il suo medico ma cede di fronte all’insistenza del fratello) gli prescrive un farmaco diuretico da assumere per un periodo limitato. Con il suggerimento di fare delle visite specialistiche e dei controlli più accurati proprio per via dei problemi di salute di cui già soffre.
La morte sventata. Passa una settimana da quella prescrizione quando, nel bel mezzo di una visita dal neurologo, il medico legale ha un arresto cardiaco. Per fortuna si trova in una struttura ospedaliera per cui scatta immediatamente la procedura d’urgenza per un eventuale intervento di cardiochirurgia. Medici e infermieri sono pronti a entrare in sala operatoria, la situazione sembra essere molto grave ma fortunatamente il quadro clinico si stabilizza fino a normalizzarsi e il peggio viene scongiurato.
La denuncia. Inaspettatamente succede dell’altro. Il paziente ritiene infatti che a causare quell’arresto cardiaco sia stato proprio il farmaco prescrittogli dal fratello e così decide di denunciarlo.
Il processo. Inizia il “calvario” giudiziario tra un’aula e l’altra dei tribunali. Il medico legale chiede un risarcimento danni di alcune centinaia di migliaia di euro. Convinto, evidentemente, che quel farmaco lo stesse per mandare all’altro mondo pensa di chiederne “conto” (in tutti i sensi) proprio al fratello che glielo aveva prescritto. Fratello che, come un fulmine a ciel sereno, si deve difendere da un’accusa che considera a dir poco assurda e che, ancor peggio, gli è stata mossa da un congiunto.
Il primo grado di giudizio. In primo grado il giudice stabilisce che non possa essere imputata al medico generico alcuna responsabilità e nega il risarcimento danni. Però dispone la compensazione delle spese.
L’appello. Si va al processo di secondo grado. A ricorrere in appello è ancora il medico-paziente. Il fratello “denunciato” si affida all’avvocato Francesco Nurra-Sini che affila le armi per smontare tutte le accuse contro il suo assistito. Un’altra consulenza (che conferma quanto già stabilito in primo grado) stabilisce che non c’è alcun nesso di causalità tra l’assunzione del farmaco e l’arresto cardiaco sopraggiunto dopo una settimana. L’infarto è addebitabile, casomai, alle condizioni di salute pregresse del medico legale che pare conducesse oltretutto uno stile di vita non proprio in linea con le patologie di cui era affetto. A supporto di questo sono state portate in aula anche alcune testimonianze.
La sentenza di secondo grado. Alcuni giorni fa, a distanza di dieci anni dall’inizio del processo, il giudice d’appello ha ribaltato la sentenza di primo grado annullando la compensazione delle spese. Deve pagare solo uno dei due: il medico legale. L’avvocato Nurra-Sini aveva infatti proposto appello incidentale formulando una richiesta specifica in merito a quell’aspetto. Richiesta che è stata accolta. Il giudice ha quindi nuovamente stabilito l’estraneità del medico di base per quanto riguarda l’arresto cardiaco subìto dal fratello riconducendo la causa principale alle condizioni di salute pregresse del paziente. Ma, ancor più, ha condannato quest’ultimo non solo al pagamento delle spese del processo d’appello ma anche a quelle del primo grado di giudizio.
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