Donne verso l’Aurora per dire no alla violenza
di Giovanni Bua
La “rete” nata nel 2000 ha ricevuto 1700 richieste di aiuto, 144 solo nel 2016 Il persecutore è quasi sempre un familiare, spesso le vere “catene” sono i soldi
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SASSARI. L’orco è quasi sempre molto vicino: il partner o l’ex. Al massimo un familiare. E, prima di trovare il coraggio di scappare via da lui, passano anni, decenni a volte. Anche perché la fuga è un salto nel buio. E le catene da rompere sono spesso difficili da vedere ma non meno resistenti e dolorose da portare. Non pugni, calci e male parole ma silenzio, disprezzo, controllo totale dei soldi, pressione sui figli, un futuro da sole che diventa impossibile anche solo da immaginare. A provare a offrire un’alternativa da ormai 17 anni c’è Aurora, rete antiviolenza nata nel 2000 dalla volontà di 24 comuni del distretto, con Sassari capofila, e affidato dal 2008 al consorzio Andalas de Amistade.
La rete. Una realtà attiva e necessariamente silenziosa, che offre rifugio a donne, minori e nuclei familiari che vivono situazioni di maltrattamento, violenza, conflittualità di coppia, stalking. Offrendogli tutta una serie di servizi nel suo centro antiviolenza e in una casa “protetta”. E apre le sue porte anche ai “carnefici”, con un innovativo servizio di consulenza. Cercando di dare a tutti una speranza di salvezza.
I numeri. Una presenza discreta e sempre più capillare, premiata dai numeri, impressionanti. Dalla sua apertura a oggi il centro ha ricevuto 1708 richieste di aiuto e più di 147 nuclei di madri e bambini, prevalentemente minori, sono stati ospitati nella Casa di accoglienza. Un fiume di dolore che, complice il grande lavoro per l’emersione del fenomeno portato avanti, ma anche il crescente disagio sociale, si ingrossa giorno dopo giorno. Un dato su tutti: la rete Aurora è passata da 102 casi in carico nel 2010 a 144 nel 2016, con un aumento del 41 per cento.
Vicini. Centinaia di vittime che popolano come fantasmi le nostre strade, i luoghi dove lavoriamo, i nostri condomini. Con le donne che chiedono aiuto che 8 volte su dieci sono italiane, quasi tutte del territorio (all’interno del restante 19 per cento di straniere, il 9 per cento viene dall’est). E nascondono l’ orrore all’interno delle loro famiglie, nelle loro case. Nel 86 per cento dei casi la violenza avviene infatti all’interno del contesto di parentela più stretto e nel 77 per cento l’aguzzino è il partner o l’ex.
Decenni. Una violenza che quasi sempre inizia a manifestarsi immediatamente nel rapporto di coppia. Ma che le vittime subiscono per anni. Basti vedere la fascia di età che maggiormente si rivolge ad Aurora: tra i 36 e i 45 anni (il 30 per cento nel 2016).
E qui il dato apre uno spiraglio di speranza. Nel 2015 infatti la fascia di richieste di aiuto più rilevante era 46-55. «Dimostrazione palese – spiega il report curato dal Comune di Sassari – che l’attività dei centri antiviolenza, nella costruzione del sistema della rete dei servizi sociali, sanitari e scolastici unita ad una maggiore informazione e consapevolezza, abbia favorito l’emergere del fenomeno in una fascia più giovane e meno esposta negli anni a spirali di violenza e maltrattamenti e con maggiori probabilità di una fuoriuscita dal circuito della violenza».
Senza voce. Ad accomunare molte di queste storie di “banale” orrore quotidiano il fatto che le donne che si rivolgono al Centro sono persone «senza voce». Che rimangono per lungo tempo nel silenzio, non chiedono aiuto e tendono a isolarsi. «Ciò che caratterizza le donne vittime di violenza – sottolinea il rapporto – è la perdita del proprio punto di vista e della propria autonomia che conferisce al partner un potere ed un controllo smisurato su ogni aspetto della vita della donna».
Controllo che inizia nel modo più semplice e incisivo: i soldi. «Una delle difficoltà maggiori che le donne si trovano a vivere una volta intrapreso il percorso al centro antiviolenza – continua il report – è legato alla possibilità di trovare un lavoro che le permetta di essere autonome dal partner anche dal punto di vista economico e poter sostenere se stessa e i propri figli. E le donne spesso sono costrette a rimanere con il compagno maltrattante proprio perché non hanno nessuna possibilità di mantenersi».
La catene. Un dato che emerge chiaro guardando quale tipo di violenze le donne dichiarano di subire, con quella “economica” che dal 2015 al 2016 ha avuto in incremento del 130 per cento (da 4 al 10 per cento dei casi). Anche se la violenza più frequente rimane quella più subdola, la psicologica, denunciata nel 48 per cento dei casi. E poi quella fisica, calata dal 2015 al 2016 dal 33 al 29 per cento. La via di uscita? Complicata quanto necessaria: «La presa in carico globale – sottolinea il report – della donna, dei suoi figli e dell’autore».
La rete. Una realtà attiva e necessariamente silenziosa, che offre rifugio a donne, minori e nuclei familiari che vivono situazioni di maltrattamento, violenza, conflittualità di coppia, stalking. Offrendogli tutta una serie di servizi nel suo centro antiviolenza e in una casa “protetta”. E apre le sue porte anche ai “carnefici”, con un innovativo servizio di consulenza. Cercando di dare a tutti una speranza di salvezza.
I numeri. Una presenza discreta e sempre più capillare, premiata dai numeri, impressionanti. Dalla sua apertura a oggi il centro ha ricevuto 1708 richieste di aiuto e più di 147 nuclei di madri e bambini, prevalentemente minori, sono stati ospitati nella Casa di accoglienza. Un fiume di dolore che, complice il grande lavoro per l’emersione del fenomeno portato avanti, ma anche il crescente disagio sociale, si ingrossa giorno dopo giorno. Un dato su tutti: la rete Aurora è passata da 102 casi in carico nel 2010 a 144 nel 2016, con un aumento del 41 per cento.
Vicini. Centinaia di vittime che popolano come fantasmi le nostre strade, i luoghi dove lavoriamo, i nostri condomini. Con le donne che chiedono aiuto che 8 volte su dieci sono italiane, quasi tutte del territorio (all’interno del restante 19 per cento di straniere, il 9 per cento viene dall’est). E nascondono l’ orrore all’interno delle loro famiglie, nelle loro case. Nel 86 per cento dei casi la violenza avviene infatti all’interno del contesto di parentela più stretto e nel 77 per cento l’aguzzino è il partner o l’ex.
Decenni. Una violenza che quasi sempre inizia a manifestarsi immediatamente nel rapporto di coppia. Ma che le vittime subiscono per anni. Basti vedere la fascia di età che maggiormente si rivolge ad Aurora: tra i 36 e i 45 anni (il 30 per cento nel 2016).
E qui il dato apre uno spiraglio di speranza. Nel 2015 infatti la fascia di richieste di aiuto più rilevante era 46-55. «Dimostrazione palese – spiega il report curato dal Comune di Sassari – che l’attività dei centri antiviolenza, nella costruzione del sistema della rete dei servizi sociali, sanitari e scolastici unita ad una maggiore informazione e consapevolezza, abbia favorito l’emergere del fenomeno in una fascia più giovane e meno esposta negli anni a spirali di violenza e maltrattamenti e con maggiori probabilità di una fuoriuscita dal circuito della violenza».
Senza voce. Ad accomunare molte di queste storie di “banale” orrore quotidiano il fatto che le donne che si rivolgono al Centro sono persone «senza voce». Che rimangono per lungo tempo nel silenzio, non chiedono aiuto e tendono a isolarsi. «Ciò che caratterizza le donne vittime di violenza – sottolinea il rapporto – è la perdita del proprio punto di vista e della propria autonomia che conferisce al partner un potere ed un controllo smisurato su ogni aspetto della vita della donna».
Controllo che inizia nel modo più semplice e incisivo: i soldi. «Una delle difficoltà maggiori che le donne si trovano a vivere una volta intrapreso il percorso al centro antiviolenza – continua il report – è legato alla possibilità di trovare un lavoro che le permetta di essere autonome dal partner anche dal punto di vista economico e poter sostenere se stessa e i propri figli. E le donne spesso sono costrette a rimanere con il compagno maltrattante proprio perché non hanno nessuna possibilità di mantenersi».
La catene. Un dato che emerge chiaro guardando quale tipo di violenze le donne dichiarano di subire, con quella “economica” che dal 2015 al 2016 ha avuto in incremento del 130 per cento (da 4 al 10 per cento dei casi). Anche se la violenza più frequente rimane quella più subdola, la psicologica, denunciata nel 48 per cento dei casi. E poi quella fisica, calata dal 2015 al 2016 dal 33 al 29 per cento. La via di uscita? Complicata quanto necessaria: «La presa in carico globale – sottolinea il report – della donna, dei suoi figli e dell’autore».
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