«Un arcivescovo aperto al confronto»

Dopo l’intervista alla Nuova sindaco pronto al dialogo: positivo stupore della comunità gay, le perplessità delle donne

SASSARI. «La diversità culturale non è mai un male, al contrario una ricchezza, un dono». E ancora: «Ciò che qualifica una persona non è il suo orientamento sessuale. Il valore è la persona. Non ha senso cercare di indagare o di giudicare il suo orientamento sessuale». Al Borderline devono rileggerle più volte queste frasi. Perché una simile apertura da parte di un arcivescovo erano anni che non si sentiva. Nella sede del Movimento omossessuale sardo per un attimo si è respirato un venticello di fresca rivoluzione. «Qualcuno ha addirittura proposto di inviare a monsignor Saba un mazzo di fiori – racconta Massimo Mele – nessuno di noi lo conosce, ma anche solo da queste poche frasi la prima impressione è tutta positiva. Siamo anni luce avanti rispetto ai predecessori».

«Ci ha colpito la posizione molto rispettosa verso la persona e verso la dignità umana. L’arcivescovo, anche nel passaggio sulla teoria gender, quando dice che sarebbe una battaglia inutile e sbagliata quella di voler eliminare la diversità di genere, uomo o donna, lo fa con un ragionamento rispettoso. È un uomo di chiesa, ed è normale che il suo pensiero vada in questa direzione. Però non c’è arroccamento nelle posizioni, non c’è intransigenza. C’è anzi voglia di confronto e di dialogo, e questa è una cosa per noi importantissima che finora ci è mancata».

E il motivo è molto serio: «I gay e le lesbiche che hanno una fede religiosa, incontrano più problemi degli altri nel processo di autoaccettazione della propria omosessualità. Perché devono anche risolvere la contraddizione interiore tra orientamento sessuale e fede. Questo per molti di loro è lacerante, e le statistiche lo confermano: tra i suicidi nella comunità gay, la percentuale più alta riguarda i ragazzi con fede religiosa».

Anche per il sindaco Nicola Sanna la sinergia auspicata dall’arcivescovo, con un dialogo serrato tra chiesa e istituzioni del territorio, è un percorso da affrontare con entusiasmo. «Quando andai a trovarlo a Sant’Antonio di Gallura – racconta Sanna – prima ancora del suo insediamento nella diocesi di Sassari, ci siamo trovati subito in sintonia. Mi ha colpito la sua voglia di conoscere a fondo le criticità del territorio, la sua curiosità verso il sociale, la sua propensione all’ascolto. Le nostre preoccupazioni sono le medesime, e il tavolo istituzionale da lui proposto lo vedo come un interessante strumento per avere un approccio più globale alle cose. Poi ad ognuno il suo compito secondo le proprie competenze. Ma sull’aiuto alle famiglie, alle povertà e per le politiche di assistenza sociale è utile lavorare in sinergia. Per esempio il Comune sta cercando di far da intermediario con la Regione per la valorizzazione del patrimonio immobiliare in disuso della Curia. Sarebbe importante che la Caritas abbiamo un unico locale per la mensa».

Altro elemento di contatto è l’approccio dell’arcivescovo sul tema dell’accoglienza. «Il principio diffuso in questo momento tra la gente – ha dichiarato Gianfranco Saba – è che se aiutiamo loro togliamo qualcosa a noi. Questo è un modo superficiale di affrontare la questione». E Nicola Sanna condivide con entusiasmo questa condanna alla semplificazione di un fenomeno, quello dei flussi migratori, molto complesso. «È una chiesa che si apre verso un mondo nuovo e che cerca un dialogo interreligioso e interculturale. Una chiesa che non ha paura delle differenze. Quelli lanciati da questo giovane ed energico vescovo sono segnali molto positivi. C’è molto interesse e molte aspettative nei suoi confronti».

Dunque l’ampia intervista rilasciata dal monsignor Saba alla Nuova sembra promossa a pieni voti. L’unico inciampo parrebbe sul tema violenza sulle donne. Lalla Careddu, consigliera comunale di Città Futura, sull’argomento ha antenne molto sensibili.

Dice: «C’è un passo in Amoris laetitia, la seconda esortazione apostolica di Papa Bergoglio, che recita: “La violenza verbale, fisica e sessuale che si esercita contro le donne in alcune coppie di sposi contraddice la natura stessa dell’unione coniugale”. Ecco perché credo che le parole di monsignor Saba possano portare a fraintendimenti. Un passaggio trovo molto pericoloso nel pensiero dell’alto prelato: “Sono state donne martiri che hanno contribuito, nel nascondimento del dramma che stavano vivendo, al benessere dei figli». Dico no con forza a questa visione: una donna vittima di violenza all’interno delle pareti domestiche e non denuncia non contribuisce al benessere dei figli, bensì li mette in pericolo, sia fisicamente che con un esempio distorto che li farà crescere con un esempio devastante per il loro futuro. La fede non chiede il martirio, è bene ricordarlo sempre. Perché la violenza “contraddice la natura stessa dell’unione coniugale”, quindi rende inutile ogni eroismo in nome di un’unione tradita in partenza».

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