Tè e latte caldo per le prostitute di Predda Niedda, la missione delle volontarie Acos

Passano i fine settimana con le "ultime", cercando di aiutarle e a combattere il freddo nelle sere d’inverno

SASSARI. Hanno un’espressione rasserenante, occhi grandi e sorriso ampio. Nessuna difficoltà a immaginarle nella veste di volontarie, pronte a dare una mano a chi ha bisogno di aiuto. Più difficile pensarle coraggiose in giro per strada, di notte, a volte sedute sui bordi dei marciapiedi per ascoltare donne come loro ma forse più deboli di loro, donne costrette a vendere il proprio corpo per saldare un debito.

Alle 22 in punto, ogni venerdì e sabato sera, salgono in macchina e raggiungono le vie intorno alla zona industriale di Predda Niedda. Sono le volontarie di Acos, l’associazione nata nel 2008 con l’obiettivo di dare un sostegno alle vittime di tratta di esseri umani. Sabrina Mura e Maria Francesca Lorusso sono due delle otto donne che mandano avanti l’associazione, e sono due avvocati. Del gruppo fanno parte anche una ginecologa, due docenti interpreti, un’assistente sociale e due operatrici di centri di accoglienza.

«Solitamente usciamo almeno in tre – raccontano – e sappiamo già dove andare». Lo sanno perché ormai da anni questi sono i loro venerdì e sabato sera: borsa frigo, thermos, qualche medicina e sguardo accomodante. Ingredienti fondamentali per creare un approccio sereno, improntato sulla fiducia, con quelle donne che sulla strada ci lavorano e che del buio non hanno più paura. «Portiamo del tè o del latte caldo, perché d’inverno è difficile sopportare il freddo – raccontano – L’aspetto conviviale che mostriamo nei loro confronti le rende più disponibili a scambiare due chiacchiere ma la verità è che noi ci comportiamo a specchio». Senza forzature, insomma, per evitare di rompere un equilibrio delicatissimo che le volontarie di Acos hanno costruito con fatica.

«Ricordo la mia prima Unità di strada (così si chiama il gruppo di volontarie che esce la notte) – racconta Sabrina Mura, 40 anni e una forza d’animo invidiabile – Era il 2005, avevo trent’anni e facevo già volontariato nel campo dell’immigrazione. La “Congregazione figlie della carità” ci chiese un aiuto per le vittime di tratta e cominciò così questa esperienza. La prima volta uscimmo con un furgone messoci a disposizione dalle suore, andammo dritte in viale Porto Torres, dove c’era la più alta concentrazione di prostitute, soprattutto nigeriane e romene. Come scendemmo dal furgone per andare incontro a una ragazza lei scappò a gambe levate...».

La diffidenza è un ostacolo difficile da abbattere in un ambiente come questo, bisogna lavorarci con impegno e serietà. Anche perché basta davvero poco per rovinare tutto: «Un anno e mezzo fa ci fu un blitz della polizia e dopo quella notte due minorenni sparirono dalla strada, le prelevò la squadra mobile. Le altre connazionali, più grandi, pensarono che fossimo state noi a segnalare la cosa e da quel momento notammo una certa diffidenza nei nostri confronti».

Negli anni il lavoro delle volontarie è un po’ cambiato. «Il numero di prostitute nigeriane è sicuramente calato dopo gli arresti dell’operazione Osusu». La squadra mobile di Sassari nel 2007 arrestò 22 persone per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione. «Negli anni è diminuita l’età delle vittime di tratta e anche il numero di richieste di assistenza sanitaria». Altro impegno importantissimo: l’accompagnamento nelle strutture sanitarie. «Abbiamo insegnato loro come arrivarci, abbiamo fatto proprio il percorso a piedi insieme a loro. La tutela sanitaria è uno dei più grandi obiettivi raggiunti perché ora conoscono i servizi che hanno a disposizione e sanno come raggiungerli».

Sassari è una città tollerante? «Tutto sommato sì – dice Sabrina Mura – anche le forze dell’ordine tendono più a proteggere queste donne che a perseguirle. E credo che sia anche una città accogliente, mentre siamo molto lontani dall’integrazione». Il motivo? «Mancano le occasioni di lavoro e quelle poche che esistono non sono per loro. Nei confronti delle nigeriane oltretutto c’è un grande pregiudizio». Eppure hanno sogni molto semplici: «Vorrebbero una famiglia, avere dei figli entro i 30 anni e trovare un uomo che magari possa salvarle».

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