Delitto Ara, i Ris in aula: «Il Dna è dell’imputato»

È guerra tra consulenti nel processo per l’omicidio di Ittireddu del 2016 Il maresciallo Magnani: la traccia rilevata non era scarsa, risultato inconfutabile 

ITTIREDDU. «Contraddizioni», «errori clamorosi», «manifesti tentativi per cercare di invalidare un importante risultato genetico» e ancora «argomentazioni che si inquadrano in un mero tentativo di contrasto dialettico di un risultato oggettivamente inconfutabile».

Nel processo per l’omicidio di Alessio Ara – avvenuto a Ittireddu il 15 dicembre del 2016 e per il quale è in carcere l’allevatore di Mores Vincenzo Unali – il maresciallo del Ris di Cagliari Fabio Magnani replica punto per punto al consulente tecnico della difesa Vincenzo Agostini che nella precedente udienza aveva sostenuto che «la quantità di Dna rilevata dai Ris sul cordoncino del pantalone della tuta (che per il pm è stato usato dal killer per avvolgere l’arma e che ha perso durante la fuga ndc) era estremamente scarsa». Dettaglio che secondo Agostini poteva significare o che «la manipolazione era stata molto fugace o che ci fosse stato un trasferimento secondario o terziario» a seguito ad esempio di una stretta di mano. E per queste ragioni, a suo giudizio, non si poteva – e non si può – attribuire con certezza quel Dna a una sola persona.

Ma la sintesi del biologo forense (incaricato dal difensore di Unali, Pietro Diaz) non è piaciuta agli uomini del Ris e in particolare all’analista di laboratorio Magnani che ieri ha esposto in aula – davanti alla corte d’assise presieduta da Massimo Zaniboni – le sue controdeduzioni.

Alessio Ara, operaio di 37 anni, era stato ucciso con due fucilate mentre stava per entrare a casa della madre. Dell’omicidio è accusato Vincenzo Unali: a casa sua la vittima aveva eseguito dei lavori in un appartamento al piano terra dove sarebbe dovuta andare ad abitare una figlia dell’imputato, insieme al suo compagno Costantino Saba. E proprio nell’ambito familiare gli inquirenti avrebbero inquadrato il movente del delitto. E cioè nella presunta relazione che la figlia dell’allevatore avrebbe avuto con la vittima. Relazione mal digerita dal padre che avrebbe deciso di “vendicare” il tradimento uccidendo Ara.

Una delle prove chiave dell’inchiesta era proprio il Dna. Tracce biologiche furono rinvenute su un indumento che fu trovato vicino al luogo dell’omicidio e che, secondo il pm Giovanni Porcheddu, fu perso dal killer durante la fuga. Si tratta del pantalone di una tuta che sarebbe stato usato per avvolgere il fucile. In particolare quelle tracce si trovavano su un laccio che, sempre secondo la ricostruzione della Procura, fu utilizzato per chiudere l’estremità del pantalone. Il Dna risultò compatibile con quello di Unali.

«Dal prelievo che abbiamo eseguito sulle estremità libere del cordino – ha spiegato Magnani, rispondendo anche alle domande di Luigi Esposito, avvocato di parte civile insieme al collega Ivan Golme – è stato estrapolato un profilo genetico (Dna) riconducibile a Vincenzo Unali». Ma, contrariamente a quanto sostenuto dal consulente della difesa nella precedente udienza, «la quantità di Dna estratta è pari a 503,2 pico grammi e non a 12,58 e il numero equivalente delle cellule prelevate è 83 e non 2. Una quantità che risulta da 10 a 50 volte superiore rispetto a quella indicata da Agostini negli studi sui trasferimenti secondari di Dna». Nessuna manipolazione veloce, quindi, e nessun trasferimento secondario o terziario. La quantità di Dna che i Ris hanno prelevato e analizzato era sufficiente per stabilirne l’appartenenza. Prossima udienza il 3 dicembre.

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