Monica riprova il gusto di vivere

Affetta dal morbo di Crohn, alimentata per mesi dalle sacche di flebo è stata operata al Gemelli

wSASSARI. Sognare una aragosta alla catalana, con pomodorini e cipolle, è un ottimo punto di ripartenza. Per mesi il menù del giorno proponeva: Olimel in sacca, ovvero un pappone liquido dal colore biancastro e dall’odore vomitevole, che scivolando dentro un tubicino finiva in un ago e in vena. Ora Monica Pais, algherese, 44 anni, pesa quasi 45 chili: «Si comincia a intravvedere qualche muscoletto e anche qualche forma», dice. E anche questo è un riaffacciarsi alla vita, per una donna prosciugata fino all’osso che è arrivata a pesare 37 chili e mezzo. «Se sono ancora in questo mondo lo devo a quattro persone: innanzitutto a mia figlia Noemi, che a 20 anni si è trasformata nella mia seconda mamma, accudendomi in tutto». Poi c’è il professore Luigi Sofo e la sua equipe del Gemelli di Roma. «Mi hanno operato il 12 febbraio. Un intervento difficilissimo, durato 12 ore, per recidere i tratti di intestino pieni di fistole, risolvere una peritonite e staccare le aderenze delle viscere a fegato e pancreas». Ma se non avesse prima incontrato il gastroenterologo del Brotzu di Cagliari Gianmarco Mocci, quel viaggio della speranza non l’avrebbe mai intrapreso. «È l’unico medico che si è reso conto della gravità della mia patologia, che ha capito che rischiavo di morire, e mi ha consigliato di rivolgermi agli specialisti del Gemelli». E infine, se Monica Pais è entrata in sala operatoria, un po’ lo deve alla Nuova Sardegna. Diciamo che almeno due chili che ha messo su nei mesi scorsi, sono anche merito del giornale. «Nessuno mi ascoltava, e io pian piano stavo morendo di fame nella totale indifferenza. Senza gli articoli che hanno portato alla luce la mia situazione, non so se l’Asl si sarebbe mossa con altrettanta solerzia». Una forma grave del morbo di Crohn in vent’anni l’ha fatta pian piano appassire, prosciugandole energie e voglia di vivere. «Avevo fame ma non potevo mangiare. Gli alimenti e le secrezioni gastriche fuoriuscivano dalle fistole intestinali, avevo dei dolori lancinanti, alla fine rifiutavo il cibo, ero diventata anoressica». Per sopravvivere l’unica possibilità è un regime di nutrizione parentale totale, ma vivere di flebo, è un'esperienza terribile. «Se sono arrivata in queste condizioni la colpa è anche degli ospedali del sassarese, che hanno sempre sottovalutato la serietà della mia patologia. Venivo ricoverata e dopo dimessa senza una diagnosi precisa. “Le sue condizioni sono tutto sommato buone”, mi dicevano i medici, ma nel frattempo il morbo di Crohn continuava a divorarmi l’intestino, e io mi aggravavo di giorno in giorno. Ho pensato anche a un problema psicologico, che fossi io a rifiutare il cibo, mi sono rivolta a una specialista. Nessuno è andato mai a fondo». E anche quando il suo corpo era una candela consumata, e l’unico modo per rimpolparlo erano delle overdosi liquide di calorie, la burocrazia sanitaria ha rischiato di far spegnere la fiammella. «Avevo un profilo nutrizionale prescritto dal Gemelli ben tarato, ma la Farmacia sassarese non mi consegnava le sacche alimentari con il giusto apporto. Dovevo mettere chili per potermi sottoporre all’intervento chirurgico, e invece morivo di fame. E anche quando ho avuto una piccola complicanza risolvibile con un banale intervento chirurgico, l’ospedale di Alghero ha mostrato tutte le carenze. Sono dovuta andare via a mie spese al Gemelli, per salvarmi la vita». Ora ha ancora le sue sacche ipercaloriche, ma mangia anche la pasta e la carne. «Ho ripreso in mano la mia vita. E ho di nuovo le energie stare con i miei tre figli. Una mamma abile e arruolata. La cosa che in questi anni mi è mancata di più».

WsStaticBoxes WsStaticBoxes