Omicidio Ara, la difesa punta sul Dna

Il difensore di Vincenzo Unali: rilevate tracce appartenenti a due persone diverse

SASSARI. Dna, polvere da sparo, movente. Sono tre dei punti chiave che hanno contraddistinto ieri mattina la seconda parte dell’arringa dell’avvocato Pietro Diaz difensore di Vincenzo Unali, l’allevatore di Mores accusato di omicidio volontario. Secondo il pm Giovanni Porcheddu, che per l’imputato ha chiesto la condanna all’ergastolo, sarebbe stato lui a uccidere – la sera del 15 dicembre 2016 – Alessio Ara, l’operaio di 37 anni freddato con una fucilata mentre entrava a casa della mamma, a Ittireddu.

E tra le prove che hanno inchiodato Unali ci sarebbe proprio una traccia di Dna isolata nel cordoncino all’estremità del pantalone di una tuta che sarebbe stata utilizzata per avvolgere l’arma del delitto. Indumento che il killer avrebbe perso durante la fuga e che sarebbe poi stato ritrovato dai carabinieri. Ma secondo l’avvocato difensore, il profilo del Dna sarebbe “misto”, le tracce apparterrebbero cioè a due soggetti distinti. «La quantità di Dna rilevata dai Ris era scarsa – aveva detto il consulente della difesa – Questo può significare che la manipolazione è stata molto fugace o che ci sia stato un trasferimento secondario o terziario». Tradotto: non si può attribuire con certezza il Dna a una sola persona. Diaz ieri ha parlato di «strumentalizzazione semantica della realtà». Si è poi concentrato sul movente individuato dalla Procura: la relazione – mal digerita – che la vittima avrebbe avuto con la figlia dell’imputato, già impegnata con un altro uomo in affari con la famiglia Unali. Secondo Diaz i contatti tra i due si sarebbero interrotti due mesi prima del delitto: «E se il genitore sapeva di questa presunta relazione, non avrebbe anche saputo della sua conclusione?». L’arringa proseguirà, e si concluderà, il 17 settembre sempre davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Massimo Zaniboni. (na.co.)

WsStaticBoxes WsStaticBoxes