L'omicidio del giudice Livatino, dopo trent'anni il ricordo di chi portò quella bara

Il procuratore capo di Sassari, Gianni Caria, era un giovane sostituto ad Agrigento

SASSARI. Le storie degli uomini si incrociano secondo uno schema imperscrutabile, qualche volta anche quando loro non ci sono più. Rosario Livatino e Francesco Cossiga, per esempio, non si conobbero mai eppure i loro nomi sono rimasti intrecciati anche dopo la morte di entrambi. Il primo era un giovane magistrato siciliano di Canicattì ed esattamente trent'anni fa, il 21 settembre del 1990, venne trucidato da quattro sicari della Stidda che dopo averlo ferito lo braccarono nelle campagne di Agrigento e lo finirono.Otto mesi dopo l'atroce assassinio, parlando dei giovani magistrati che lottavano contro la mafia, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga li definì "giudici ragazzini" e tutti pensarono si riferisse a Rosario che aveva affrontato la sua battaglia quotidiana senza scorta e senza alcuna protezione.

Dodici anni dopo quella sua definizione sprezzante, l'ex presidente "Picconatore" scrisse sul Giornale di Sicilia una lettera aperta ai genitori del magistrato per spiegare che non si riferiva a Rosario e che anzi lo considerava «coraggioso, integerrimo, esemplare servitore dello Stato, martire civile e santo nel senso cristiano del termine». E cristiano Rosario Livatino lo era davvero e nel profondo, al punto che la Chiesa cattolica lo considera Servo di Dio e ha avviato il processo della sua beatificazione. Per uno dei misteriosi e strani incroci di destini, quest'anno il "giudice ragazzino" e il "Presidente picconatore" sono di nuovo entrambi al centro dell'attenzione nel rispettivo trentennale e decennale della morte. Chissà cosa si sarebbero detti, oggi, il giudice che a 38 anni ragazzino non era più da tempo e il presidente sassarese.

Nel 1990 tra i magistrati in lotta contro la mafia c'era anche un giovane magistrato sassarese. Questo è il secondo insondabile incrocio di traiettorie umane tra la Sardegna e la Sicilia di cui il protagonista non ha mai parlato pubblicamente e che non personalizza la sua esperienza neppure nell'intervento che pubblichiamo in prima pagina e in questa pagina. Quel magistrato era Gianni Caria, attuale procuratore capo della Repubblica a Sassari. Nel settembre di trent'anni fa Caria lavorava da qualche mese proprio in quello che era stato l'ufficio di Rosario Angelo Livatino, nella procura della Repubblica di Agrigento. Il sostituto procuratore siciliano era infatti passato al tribunale come giudice a latere.Gianni Caria aveva trent'anni ed era al suo primo incarico. Mai avrebbe pensato che entrando in quell'ufficio stava raccogliendo il testimone da un magistrato che poche settimane dopo sarebbe diventato un simbolo delle vittime della guerra dello Stato alla mafia. Ai funerali di Livatino, insieme ad altri colleghi, Gianni Caria portò in spalla la bara del giudice ucciso. Quanto quella dolorosa esperienza abbia forgiato il suo carattere fa parte del suo bagaglio di esperienze private, ma certamente il suo lavoro nella procura che combatteva in prima linea contro la Stidda ha fatto di lui il magistrato che è diventato.

Oggi, nel trentennale dell'assassinio del "giudice ragazzino" è doverosa la testimonianza da parte di chi quel semplice magistrato lo conobbe da vicino, come collega più grande, e lo accompagnò nell'ultimo viaggio. Perché c'è un dovere della memoria che serve a non far ingiallire i ritagli dei giornali, a non far sbiadire il ricordo del sacrificio di chi contro la mafia combatteva in trincea e con il solo scudo del senso del dovere. Eroi loro malgrado ai quali la mafia ha stroncato la vita senza riuscire a sconfiggerli.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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