Sassari, serrande abbassate: il commercio chiude ma non lo dice

Le cancellazioni del periodo covid sono la metà del 2019. Molte attività hanno preso i sostegni e stanno in stand by

SASSARI. Il commercio chiude, ma sottotraccia. Le serrande si abbassano, ma lasciando aperto un piccolo spiraglio. E non c’è coerenza tra ciò che vede l’occhio e ciò che raccontano i numeri. Lo sguardo percepisce un’ecatombe, le statistiche dicono che ci sono meno cancellazioni degli anni precedenti.

Passeggiando in viale Italia l’impressione è inequivocabile: il rosario di saracinesche abbassate sembrerebbe disegnare la morte del commercio. Una resa iniziata da qualche anno, con nuove serrande a mezz’asta nel 2020. Pane, Abetone, negozio a fianco a Milani, Max accanto alla Sisley, Ottica Invista, Valter, Coccoloco Dolceria, Gelateria Produzione propria, locali affittasi adiacente alla Vodafone. Se poi ci si sposta in via Brigata Sassari, la desolazione non cambia, così come nelle principali vie che tradizionalmente hanno animato il commercio. E se ci si allontana dal cuore pulsante e si va in periferia, la solfa è identica. L’ultimo triste bollettino è questo: qualche giorno fa ha tirato i remi in barca L’Osteria di Pinocchio a Predda Niedda, e prima di lei la Braceria del Pesce. Ed è recentissimo anche il congedo dai clienti di Lallo Caffè.


Insomma, sembrerebbe che il lockdown sia piombato come il colpo di grazia su una serie di attività che a stento riuscivano a sopravvivere. Poi vai a dare un’occhiata ai dati, e ti accorgi che i conti non tornano. La rilevazione l’ha fatta la Camera di Commercio di Sassari, che ogni anno mette nero su bianco le iscrizioni delle nuove attività, le cessazioni e le raffronta rispetto agli anni precedenti. La logica direbbe: nel secondo trimestre, dopo la mazzata dell’emergenza Covid, le chiusure dei locali hanno avuto una sensibile impennata. Niente affatto: le cifre dimostrano l’esatto contrario: nei mesi di aprile-maggio-giugno si registrano 145 cancellazioni in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. E anche nei mesi di luglio e agosto, sebbene ancora i dati non siano ufficiali, la tendenza resta invariata.

Non si tratta solo di uno scenario che riguarda Sassari, perché se si allarga il raggio di analisi all’intero nord Sardegna, il fenomeno ha le stesse proporzioni: 472 cessazioni di attività comunicate alla Camera di Commercio nel secondo trimestre 2019, contro le 254 avvenute nel medesimo arco temporale del 2020. La spiegazione possibile, a questo punto è una: le serrande sono abbassate, ma le attività restano in maniera formale e silente, ancora in vita. E ci sono due ragioni plausibili per questo letargo legalizzato: la prima è la paura di aprire, affrontare spese e indebitarsi in un contesto difficilissimo, fatto di restrizioni, emergenza sanitaria e scarse possibilità di profitti. L’altro motivo è questo: buona parte di queste piccole imprese ha usufruito del sostegno che il Governo Conte ha assegnato alle attività penalizzate dal lockdown. Ad esempio una concessione a tasso 0 da parte delle banche di un quarto dei fatturati dell’anno precedente. O ancora una quota dei mancati guadagni relativi ad aprile 2020 concessi a fondo perduto. O una quota delle spese di affitto rimborsate come credito di imposta. E ancora la cassa integrazione per il personale dipendente, e le agevolazioni per il datore di lavoro che non licenzia nel periodo di crisi. Per chi gestisce un’attività, dunque, può essere più conveniente rimanere in stand by, con le serrande abbassate, godere ancora degli aiuti e nel frattempo rimanere anche a guardare che aria tira. Aspettare - per esempio- nuove misure restrittive e quindi ulteriori contributi per il commercio.

Dice Cristiano Ardau, segretario della Uiltucs: «Sto preparando un dossier, e ho già riscontrato numerose anomalie. Il calo delle cessazioni delle attività nel secondo trimestre del 2020, rispetto al 2019, la dice lunga sulle dinamiche del commercio. Anche perché la mole dei fatturati, quest’anno, è crollata. Quindi lo stato di salute delle attività, penalizzate dall’emergenza Covid, farebbe pensare a molte più chiusure. Poi c’è il discorso delle misure a tutela dell’occupazione, e delle imprese che hanno usufruito dei contributi per non licenziare il personale. Anche su questo versante emergono dati incongruenti, che stiamo approfondendo».

Il quadro non è confortante, e l’assistenzialismo Covid sembra produrre pericolose distorsioni. Gli aiuti a pioggia, infatti, stanno innaffiando troppi rami secchi, tenendo in vita iniziative che sembrano già destinate ad appassire. Che tolgono invece liquidità a chi, con nuova linfa, potrebbe germogliare, nascere e crescere.

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