«Il mio Natale con gli ultimi»

La certezza della morte: a Dio non ho chiesto niente per me ma di sostenere i miei collaboratori

SASSARI. «Dopo l’inevitabile attesa in un corridoio, sono stato sottoposto alla Tac e subito dopo il medico mi ha comunicato l’esito: “Padre Morittu, lei ha una polmonite da Covid”. Non mi ha detto altro, ma la lunga fila delle persone in attesa dello stesso esame dopo di me, giustificava il dover tornare subito al suo da fare. Ho preso consapevolezza, lì, su una carrozzina, in un corridoio, che l’alieno stava già lavorando dentro di me e contro di me».

Salvatore Morittu, 74 anni, frate francescano, fondatore di Mondo X Sardegna, comincia così il racconto della battaglia contro il Covid cominciata il 20 novembre con il primo tampone a tutti gli operatori e gli ospiti in recupero nella Comunità di S’Apru a Siligo (tutti positivi tranne due) e proseguita con il ricovero in ospedale da primo al 29 dicembre, giorno della dimissione che è coincisa con la nomina a Commendatore da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il silenzio. Dal pronto soccorso al reparto. «Sono stato portato poi in una grande stanza e sistemato in un letto. Mi è stato applicato il boccaglio dell’ossigeno in attesa di trovare posto in qualche reparto idoneo».

I collaboratori. «In quella solitudine, in quel silenzio, con la lucidità che l’ossigeno ha prodotto nel cervello, ha preso spazio nei miei pensieri non solo la possibilità, ma la certezza di morire. Ho cominciato a dialogare con Dio e non so perchè non gli chiedevo di lasciarmi vivo, ma di farmi degno di entrare in Paradiso, di perdonare ogni mio peccato, e di rendere forti i miei collaboratori per continuare la nostra missione».

Il ricovero. «L’arrivo di una barella e il trasferimento nel reparto di Pneumologia col frenetico intervento dei sanitari che hanno immediatamente inserito la mia testa nel casco ossigenato e ventilato, ho colto un ulteriore segno della gravità della mia situazione. La venuta del cappellano, il carissimo Don Paolo, e la mia richiesta di poter ricevere l’assoluzione sacramentale, è stato, a quel punto, il suggello che chiedevo a Dio».

I medici. Padre Salvatore racconta di essere rimasto in attesa che da un momento all’altro avvenisse il trasferimento in Rianimazione. «Mi sono affidato pazientemente a medici, infermieri e oss. Dopo undici infiniti giorni il casco è stato sostituito dal boccaglio, mentre i valori rientravano nella norma».

Supplementari. «Questo mi ha fatto capire che Dio, nel frattempo, aveva cambiato programma: mi voleva vivo e dava tempi supplementari alla mia vita. Anche vivere il Natale in un reparto anti Covid, con nuovi poveri e io stesso povero, malato come loro e con il personale sanitario stremato ma indefesso, è stato per me francescano come vivere il Natale di San Francesco a Greccio in un contesto aggiornato al tempo della nostra pandemia. Se riconosco che Dio mi ha salvato dalla morte, con altrettanta certezza riconosco i suoi inviati speciali: il primario professor Piero Pirina e tutti i medici, infermieri, oss del reparto di Pneumologia e il cappellano don Paolo Mulas. Quanta professionalità, quanta immane fatica e quanto amore».

Grazie. «Vi ringrazio per tutto e anche per non avermi in nessun modo privilegiato: ho visto ogni malato essere al centro della vostra missione. Grazie ai malati che con me hanno condiviso la permanenza in ospedale: ci siamo incoraggiati, aiutati, pazientemente sopportati, facendoci familiari stante la lontananza imposta ai parenti».

Le comunità. «Inoltre il mio grazie commosso è per tutti coloro che hanno elevato a Dio preghiere e suppliche per la mia salute, ma anche per i giovani e per gli operatori delle nostre Comunità, chiamati a vivere un periodo difficilissimo e ora anche loro fortunatamente negativi al virus».

Un popolo. «Intorno alla mia persona si è raccolto veramente un intero popolo: i miei frati, vescovi, sacerdoti, volontari, amici e persone sconosciute. Dio vi ha ascoltato: sono vivo. Ho una infinita gratitudine verso di lui e il dovere di realizzare il grande insegnamento di questa esperienza: essere ancor di più vicino a Dio, ai poveri e anche a me stesso».

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