Truffata dal finto operaio ma a processo finisce lei

Una donna di 45 anni era accusata di furto aggravato di energia elettrica all’Enel Condannata prima a pagare 21mila euro, poi il giudice le crede e la assolve

SASSARI. Quell’operaio con la tuta blu e la cassetta degli attrezzi che si era presentato alla porta con la proposta allettante del cambio di gestore e un risparmio assicurato del trenta percento nella bolletta dell’energia elettrica era in realtà un truffatore.

La pensionata che lo aveva fatto accomodare nella sua abitazione di via Bottego, nel quartiere di Latte Dolce, e gli aveva lasciato mettere le mani nel contattore, non solo non era stata in grado di smascheralo, ma gli aveva consegnato senza battere ciglio 523 euro in contanti con la promessa che da quel momento il costo dell’energia sarebbe stato molto più contenuto.

Quando circa un anno dopo i tecnici dell’Enel - quelli veri - si erano presentati a casa della donna e avevano accertato la manomissione del contatore la figlia della pensionata, una sassarese di 45 anni a cui era intestato il contratto con il gestore elettrico, era stata denunciata per sottrazione di energia.

Madre e figlia erano cadute dalle nuvole. Le due donne avevano infatti continuato a pagare a caro prezzo il costo dell’elettricità e dopo la manomissione da parte del finto operaio avevano anche ricevuto una bolletta di ricalcolo dei consumi da 1800 euro che era stata regolarmente pagata.

Ma i guai non ancora erano finiti. Poco tempo dopo alla 45enne era stato notificato un decreto penale di condanna da parte della Procura della Repubblica. La donna era stata ritenuta colpevole del furto di energia, aggravato dalla manomissione del contattore e condannata a pagare un’ammenda di 21.600 euro.

Madre e figlia disperate si erano rivolte all’avvocato Maria Luisa Masala che tra le vecchie bollette e i contratti conservati a casa dalla due donne aveva trovato un appiglio importante su cui basare il ricorso e l’opposizione al decreto penale di condanna.

Tra le scartoffie era saltato fuori un contratto con una fantomatica società di fornitura elettrica chiaramente falso e solo in quel momento la mamma della 45enne si era ricordata di quel signore con la tuta blu e la cassetta degli attrezzi che aveva fatto entrare in casa e a cui aveva consegnato 523 euro. Durante il processo il suo racconto è stato fondamentale per convincere il giudice che lei e la figlia erano state vittime di un truffa. È stato lo stesso pubblico ministero Antonio Piras, resosi conto che le due donne avevano continuato a pagare le bollette e non avevano in alcun modo beneficiato dalla manomissione del contattore, a chiedere per l’assoluzione per la 45enne. Il giudice Antonietta Crobu a quel punto non ha avuto dubbi e ha assolto la donna perché il fatto non costituisce reato.

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