«Il Covid cancella empatia e umanità»

La figlia di un dializzato racconta come è cambiata in peggio l’assistenza e come spesso è diverso il rapporto con i pazienti

SASSARI. Il Covid ha sterilizzato l’umanità dalle corsie degli ospedali, ha creato un distanziamento empatico anche tra medici e pazienti. Il papà di Elisabetta è morto ieri, e il coronavirus ha reso il suo calvario, se possibile, ancora più crudele. «Mio padre è sempre stato un caso difficile. Dializzato, con varie complicazioni, che poi hanno portato all’amputazione di entrambe le gambe. Quindi gli ospedali da tempo per noi sono stati una seconda casa. Ma l’ultimo anno la situazione è cambiata drasticamente. Il Covid ha messo sotto pressione i reparti, e non c’è più quell’attenzione e quella cura nei confronti dei pazienti. Noi, e sopratutto mio padre, questa differenza, l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle». Purtroppo non è solo un modo di dire, perché le lesioni cutanee, e a volte le infezioni anche da scarsa igiene, hanno reso più crudele il calvario. «Le piaghe che si erano create vicino ai genitali erano impressionanti. Anche il personale dell’Adi che lo assisteva a casa non credeva ai propri occhi».

E ancora: « Mio padre per tre volte alla settimana doveva sottoporsi a dialisi in regime di day hospital. Capita che la terapia ti provochi sensazione di nausea e spesso vomiti, ma dopo le ultime sedute ci veniva riconsegnato con i vestiti completamente imbrattati. Altre volte aveva anche i panni sporchi, quando, per un paziente col suo quadro clinico, l’igiene è la prima precauzione da seguire. Tutto questo, purtroppo, è un chiaro segno di trascuratezza che prima del Covid non avveniva. Io non saprei nemmeno su chi addossare le colpe, perché ci sono medici e infermieri che hanno conservato la loro umanità e la loro professionalità. Ma in generale il livello dell’assistenza si è abbassato sensibilmente».

Il momento più terribile per un malato, durante l’emergenza virus, è senza dubbio il ricovero. «È stato assistito anche nel reparto di Geriatria, e i medici e il personale devono essere allo stremo. Curare un paziente non autosufficiente come mio padre richiede un enorme dispendio di energie, perché non era nemmeno in grado di alimentarsi da solo. Per questo noi familiari abbiamo cercato in tutti i modi di avere la possibilità di accedere al reparto, anche a costo di far un tampone al giorno, per aiutare nella gestione, alleggerire anche il lavoro degli infermieri, e fare soprattutto in modo che mio padre mangiasse. Perché si notava a vista d’occhio che si stava prosciugando. Ma le regole erano ferree, e per i pazienti come mio padre è stato un inferno. Mi dicono che gli oncologici stanno patendo gli stessi disagi: qui non si muore solo di covid. Mi auguro che la sanità si riappropri delle stesse attenzioni e della stessa umanità di prima».

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