Tati: «Io bimba a Birkenau, non dimenticate»

La drammatica testimonianza di una delle sorelle Bucci agli alunni della scuola media di via Gorizia

SASSARI. Valerio ha raccontato come, dall’email trovata nelle ultime pagine del libro “Storia di Sergio”, sono riusciti a prendere un contatto, e organizzare un così importante incontro. Francesco ha chiesto se l’umanità è davvero vaccinata contro la paura del diverso, o se un altro olocausto è ancora possibile. Bianca come l’Italia ha accolto chi usciva da quell’incubo. Martina quali rapporti avessero i sopravvissuti con i loro coetanei, che quell’orrore non avevano vissuto. Federico dove avevano trovato le forze per andare avanti.

Curiosità sentite e sincere di ragazzi e ragazze, quelli della 1 A, 1 D, 1 F e 3 A della scuola media di via Gorizia, che ieri mattina per ore sono andati avanti a scoprire rapiti e increduli la storia di Tatiana Bucci, che, bambina, insieme alla sorellina Andra è scampata a Birkenau. E di Sergio De Simone, raccontata dal fratello Mario, che cugino delle sorelle Bucci con cui condivideva il kinderblock, da quel campo fu «portato via – racconta Mario – insieme ad altri 19 bambini, per morire in un piccolo edifico di mattoni rossi alla periferia di Amburgo, dopo essere stato usato per mesi come cavia per folli esperimenti medici. Avevano detto “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti”, Sergio lo fece. E il viaggio per raggiungerla lo portò all’inferno».

Una storia forte come un pugno nello stomaco. Che gli alunni della 1A del comprensivo Pertini-Biasi hanno inseguito per mesi, guidati dalle professoresse Maria Paola Usai e Antonella Pulina, coadiuvate dalle colleghe degli altri corsi in seguito coinvolti e dal dirigente Maurizio Tognoni. «Perché – spiegano le due docenti – le storie vanno ascoltate dai protagonisti, capite, conservate. E, anche in questo periodo di pandemia, che tanto i nostri alunni pagano, non bisogna fermarsi mai».

E la storia delle sorelle Bucci e del cugino Sergio sono di quelle che non si dimenticano. Soprattutto se a raccontarla è la voce di Tatiana, ascoltata con rapito silenzio mentre spiega della «corazza di bambine che ci eravamo messe indosso. Io sei anni, mia sorella quattro. Vedevamo il camino con il fuoco, le cataste di morti. Ma riuscivamo a giocare, fra il fango e la neve. Ci dicevano che eravamo ebrei, pensammo che quella fosse la vita degli ebrei; stenti, fame, freddo. Ci abituammo». «Mia mamma, una volta tornata a casa, raccontò dei lager, non le credettero. Non ne parlò più. Oggi se ne parla e bisogna continuare, perché non si è imparato ad accettare il diverso. E nel mondo ci sono tanti olocausti che facciamo finta di non vedere. Non siamo capaci di dar loro una mano. Nemmeno a noi nessuno volle dare un aiuto. Io dall’orrore sono tornata. E non lo dimentico. E sono qui perché nemmeno voi lo dimentichiate mai». (g.bua)



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