Il caso: «Lei ha il cancro», ma è un errore

Per Laura Piga, 53 anni, vita sconvolta dopo una diagnosi sbagliata al “Businco” di Cagliari e nessun risarcimento

SASSARI. Convinta di avere i giorni contati dopo una diagnosi di un carcinoma infiltrante al seno, poi “resuscitata” quando i medici le hanno detto: «Può festeggiare, lei non ha il cancro, c’è stato un errore». Dall’inferno dei malati si può tornare nel paradiso dei sani, ma è una strada lastricata di dolore, sofferenza, di una gioia per un lieto fine che non riesci a goderti perché l’incubo che hai vissuto ti ha tolto il sonno, ti senti soffocare, hai paura che quel tumore erroneamente certificato possa aggredirti davvero.

Laura Piga, 53 anni, sassarese, è una, come si dice, “tosta”. E che con la fragilità di chi non è in buona salute ha da sempre a che fare. Da anni fa parte dell’associazione “I bambini delle fate” che si occupa di progetti di integrazione di ragazzi autistici, e sostiene altre attività sociali e a favore di malati. Una persona solare, sempre con il sorriso sul bel volto e sempre pronta ad aiutare gli altri. Però al trauma subito si è aggiunta di recente una nuova amarezza: la compagnia di assicurazione dell’ospedale Oncologico di Cagliari, dove si è consumata tutta la storia, a distanza di due anni dai fatti, non le ha riconosciuto ancora un risarcimento per le sofferenze psicologiche patite e parrebbe intenzionata a non farlo. Uno schiaffo che Laura non si aspettava, non tanto per il mancato ristoro economico, piuttosto perché è come se l’odissea che l’ha coinvolta venisse derubricata a fatto insignificante.

Laura Piga


«Se ho deciso di parlarne pubblicamente è per un dovere morale nei confronti di chi potrebbe incorrere nella mia stessa disavventura – racconta, a tratti turbata, ma ferma nella sua scelta _. E voglio premettere che un errore può capitare, ma sono le modalità con cui è stato trattato il mio caso ad offendermi. Per mesi ho dovuto rincorrere vetrini, cartelle cliniche, darmi da fare personalmente per avere conferme o smentite sulla mia presunta malattia. Ne ho tratto la considerazione che di fronte a una diagnosi di tumore dovrebbero sempre esserci doppie verifiche. Non puoi stravolgere così la vita delle persone ».

Laura Piga riavvolge il filo dei ricordi di un calvario cominciato nel 2019. Una nuova infiammazione alle ghiandole mammarie che l’anno precedente l’aveva portata ad operarsi a Sassari, questa volta la convince a farsi curare a Cagliari, al “Businco”, appunto. «Che devo dire? In quell’ospedale mi sono trovata benissimo, massima efficienza, personale splendido. Se dovessi dare un voto sarebbe 10. A maggio entro in sala operatoria e per sicurezza mi asportano un frammento per un esame istologico. L’intervento riesce perfettamente e dopo una decina di giorni mi aspettano per togliere i punti. Potrei farlo anche a Sassari, me lo consigliano gli stessi medici, per evitare il viaggio. Ma ecco che dall’Oncologico mi arriva una telefonata: “Signora, deve venire, abbiamo il referto dell’esame da consegnarle”.

Chiedo se possano mandarmelo via mail ma insistono per la mia presenza. Mi si accende un sospetto, confermato dalla diagnosi: carcinoma infiltrante Nst G3, praticamente una condanna a morte. Mi è crollato il mondo addosso, mi sembrava di essere in un film di cui non ero la protagonista. Con me c’era mia figlia, mi sono fatta forza per lei. Ma poi sono precipitata in un tunnel di ansia». Da quel giorno Laura Piga si comporta come se dovesse dare presto l’addio a tutti. Al lavoro spiega che non sa quanto le resta da vivere, si dà da fare per chiudere l’arretrato. Ha fretta di lasciare tutto a posto, mentre incomincia il conto alla rovescia.

Le fissano l’intervento, non c’è da perdere tempo. Poi si deciderà se fare la radio o la chemioterapia. Intanto la sottopongono ad ulteriori accertamenti che però non confermano quella diagnosi infausta. «Forse il tumore è allo stato embrionale», le dicono. Lei intanto chiede aiuto a una psicologa. Lo stress è troppo grande. Si rivolge a Milano allo Ieo per avere un parere sul suo caso. Sono mesi di tensione, servono altre analisi. La clessidra però si ferma quando dall’ospedale dell’azienda ospedaliera Brotzu le arriva la notizia che non si aspettava: il tumore non c’è, lei è sana. Ma non è finita perché serve una prova del Dna per togliere tutti i dubbi. La certezza che si è trattato di un errore arriva a novembre del 2019. Un’eternità. Poi la richiesta di risarcimento. «Anche questa un’attesa sfiancante. Non l’ho chiesta solo per me, fatti come il mio non devono più accadere».
 

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