Non sono bastati 7 anni: addio al playground gratis

Gli imprenditori di Sardex e l’Onlus Abba si arrendono all’apatia del Comune «Chiedevamo solo uno spazio dove realizzare un campo da basket libero»

SASSARI. Per realizzare un campo da basket aperto, sul modello del playground americano, a Sassari non bastano sette anni e due amministrazioni comunali di segno politico opposto. Forse il centro intermodale avrà una gestazione più complessa. Ma lì parliamo di milioni di euro, qui di un campetto di pallacanestro, pronto all’uso, e soprattutto gratis. Un dono alla città che le aziende del circuito Sardex hanno tentato di fare sin dal lontano 2015. Serviva solo un’area pubblica inutilizzata, possibilmente in centro, da mettere a disposizione. Al resto avrebbero pensato gli investitori privati. E invece né con Nicola Sanna e né con Nanni Campus, questo playground chiavi in mano, vedrà la luce. Dopo decine di incontri, interlocuzioni, telefonate, appuntamenti non concessi o saltati, di rimpalli tra uffici, di pec mai seriamente prese in esame, di indisponibilità a esaudire una semplice richiesta: «Indicateci un’area disponibile e studiamo insieme tempi e modi per realizzare il progetto», gli imprenditori di Sardex e i tre fondatori della Onlus Abba Andrea Nigra, Enrico Fois e Alessandro Zara hanno alzato bandiera bianca. Contro la rigidità e l’insensata apatia delle amministrazioni non c’è entusiasmo che tenga.

«È la conclusione, amara, cui siamo giunti – spiegano – dopo esserci scontrati coi paradossi di un’amministrazione pubblica assolutamente refrattaria a coinvolgere persone animate dalle migliori intenzioni e cercare insieme modelli innovativi di riqualificazione e gestione di spazi pubblici che speravamo di rendere non solo fruibili da chiunque, ma percepiti come propri dai residenti dei quartieri che ospitano le aree interessate, secondo processi di responsabilizzazione che consentano ai cittadini di concepire uno spazio comune come loro, imparando a rispettarlo, a utilizzarlo secondo regole ben precise e a viverlo come occasione di socialità. Avendo definitivamente smesso l’idea di vedere compiersi l’iniziativa per la quale ci siamo costituiti e ci siamo spesi a lungo, desideriamo solo continuare a interloquire a testa alta con i partner che abbiamo coinvolto nel corso del tempo, ai quali sentiamo di dovere delle scuse per aver speso il loro nome, la loro disponibilità e la loro collaborazione senza essere stati capaci di persuadere il nostro principale interlocutore istituzionale, ossia il Comune di Sassari, sulla bontà di quanto avremmo voluto fare per la città, tracciando una strada replicabile anche altrove». E proseguono: «Da ex giocatori ed ex fruitori dei pochi spazi disponibili ai nostri tempi per il basket all’aperto, negli anni abbiamo assistito con dispiacere all’esaurirsi di quel processo che – anche sulla scorta dei successi della Dinamo – aveva portato alla realizzazione di alcuni campi pubblici sulla carta, ma di fatto vincolati a modalità gestionali superate e poco inclusive». Infine la beffa: «Solo dopo aver manifestato la volontà di rinunciare, contrariati per non essere stati presi sul serio, abbiamo appreso che l’area su cui si ragionava più di recente – tra il Canopoleno e i nuovi insediamenti residenziali di via Luna e Sole – potrebbe essere presto destinata alla realizzazione di impianti sportivi attraverso un bando. Pur non volendo accampare nessun diritto non contemplato tra ciò che la pubblica amministrazione può fare legittimamente, abbiamo respinto – rifiutandoci di fornire preliminarmente un progetto dettagliato di quel che abbiamo in mente pur senza sapere quale sia lo spazio assegnatoci e cosa si possa fare concretamente. E ora ci chiediamo: quali saranno i criteri di assegnazione? Quali le modalità di gestione? Quali i costi per la comunità? In cosa si discosteranno, senza l’intervento di modelli innovativi come quelli che tanto avremmo voluto importare nella nostra città, i risultati di un percorso che abbiamo in qualche misura ispirato ma che procederà secondo iter già sperimentati e conclusi senza successo? Vorremmo sbagliarci, ma temiamo di avere già le risposte a queste semplici domande. Ed è proprio la disillusione a indurci a rinunciare al progetto e a scusarci con chi ci ha creduto».



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