Un Orto vivo per coltivare futuro

Il sogno realizzato da un’agronoma di 44 anni e da un profugo: vivere dalla terra e abbellire la città

SASSARI. Difficile anche solo immaginare qualcosa di ordinato e produttivo in mezzo a una selva di rovi, arbusti ed erbacce. Eppure Francesca Chiappe, sassarese, 44 anni, agronoma, ogni volta che buttava l’occhio sui terreni incolti davanti al cimitero, con la fantasia ridisegnava il paesaggio. Metteva l’immaginazione in rewind, riavvolgeva il nastro del tempo a un secolo fa, quando in quella piana si distendevano a perdita d’occhio gli orti di Sassari. E visto che chinarsi solo sui libri dell’agricoltura biologica, biodinamica o sinergica non le bastava, il suo desiderio era anche chinarsi sulla terra, magari con una cesoia o una zappa in mano, per far attecchire tutto ciò che aveva imparato in tanti anni di studio.

È così che lo scorso maggio, proprio durante il lockdown, è nata l’azienda Orto Vivo in viale Porto Torres. Dal sogno di Francesca Chiappe e dalle braccia forti di Matteo, un infaticabile ragazzone della Nigeria, rifugiato politico e ora contadino provetto.

«Il nome Orto Vivo – spiega Francesca – non è perché siamo di fronte al cimitero. Ma si deve al mio obiettivo agronomico: cioè tenere vivo il terreno, con letame, humus di lombrico autoprodotto e microrganismi in modo che le piante crescano forti e sane, presupposto per non utilizzare sostanze chimiche». E poi dalla visione ecosostenibile della città dell’architetto Salvatore Orani, che concepisce gli orti urbani un valore aggiunto da un punto di vista paesaggistico: «Mi ha messo a disposizione il suo terreno, i suoi macchinari, mi ha supportato in tutto. Ha creduto nel mio progetto, ci lega un approccio comune che vede l’agricoltura un mezzo per riqualificare l’ambiente». Dice: «La prima volta che abbiamo messo piede qui, non si poteva nemmeno camminare. Abbiamo pulito tutto con i mezzi pesanti, è stato un lavoro faticoso ma ricco di gratificazioni». È stato un approdo felice dopo un lungo viaggio di studio: laureata a Sassari, specializzata in Olanda in agricoltura idroponica, quella che si realizza nei vasi, sui terrazzi. «In quell’anno e mezzo non ho mai sentito il profumo dei pomodori. Bellissimi, turgidi, rossi, ma senza sapore. Qui il profumo dei pomodori lo senti da lontano». Poi master a Roma sulla programmazione agroalimentare, e infine un lavoro a Sassari sul controllo nelle aziende biologiche. «Tutte queste esperienze mi hanno permesso di estrarre una sintesi. Ho capito che certe pratiche colturali, come il sinergico o il biodinamico spesso viaggiano tra la fantascienza e l’esoterico. Quando coltivi non puoi sempre stare col naso all’insù a controllare le fasi lunari. La mia ricetta è semplice: molta sostanza organica, il concime e il letame sono fondamentali per far sviluppare una sorta di sistema immunitario alle piante. Ad esempio nell’orto uso molto le micorrize, che creano una simbiosi tra il terreno e la piante e consentono di far assorbire al meglio le sostanze nutritive. Utilizzo le alghe come corroborante, abbiamo una piccola postazione per la lombricoltura e l’humus è eccezionale. Le mie melanzane sono eccezionali. Le insalate sviluppano un apparato radicale molto forte, e hanno una croccantezza particolare». Dice: «Non ho certificazioni biologiche, perché so bene che il lavoro da agronomico diventerebbe troppo birocratico. E inoltre non demonizzo la chimica: se vuoi stare sul mercato e il biologico non basta, è giusto ricorrere ad altri trattamenti». La sua giornata inizia alle 6 del mattino in estate e ora alle 7,30. Raccolta, preparazione del punto vendita, e poi motozappa, motocoltivatore, zappa, decespugliatore, bobcat, cesoie, seminare, medicare, innaffiare. La terra è bassa, dicono. Ma se c’è passione, ti ripaga di tutto.

WsStaticBoxes WsStaticBoxes