Sassari, il doposcuola reinventato da due educatrici sassaresi

Hanno creato il format “Studio 18”: «Andiamo oltre il concetto di ripetizioni»

SASSARI. Non che la scuola sia tutta da bocciare, sia chiaro, ma l’istruzione del domani, loro, la immaginano differente. Chiara e Francesca sono le giovani menti sassaresi che hanno ideato “Studio 18”, un progetto che nasce dalle classiche attività di doposcuola e diventa spazio di crescita e inclusione.

L’idea. «Noi non diamo ripetizioni, cerchiamo di dare la possibilità di capire come sviluppare un percorso». Cosa, aggiungono, che avviene troppo poco nelle classi di scuola. Chiara Piredda, trent’anni, e Francesca Sanna, trentasei, laureate in Scienze dell’educazione, si occupano prevalentemente di studenti con disturbi di apprendimento, dalle elementari alle superiori. Entrambe in passato hanno lavorato in un altro doposcuola come dipendenti, prima di decidere di aprirne uno tutto loro: «Lì abbiamo capito cosa potevamo modificare – dicono insieme, immerse nelle mappe e nei colori delle loro aule –. Questo lavoro non è solo aiutare i ragazzi a fare i compiti. C’è la parte di interazione con la scuola, sempre molto difficile, e con i genitori, che vengono pieni di ansie e spesso cercano un’ultima spiaggia». Quando gli studenti arrivano nella sede, in via Principessa Iolanda di Savoia, funziona più o meno così: «Innanzitutto nessuna divisione per età. Ognuno sulle sue cose, studiano tutti insieme. E questo è molto utile – fanno presente –, la prima forma di apprendimento è il copiare! Il bambino vede come si comporta il ragazzo più grande e capisce, e si stimola l’interazione tra loro oltre che con noi».


Capire le potenzialità. Poi ci sono gli strumenti per ogni evenienza, talvolta mappe concettuali colorate, oppure schemi, giochi logici. Le due dicono di «sfruttare tutti gli strumenti compensativi che esistono. Usiamo molto il digitale. Se da una parte il periodo pandemico ci ha rallentate, dall’altro l’aspetto positivo è che ha abituato la scuola a usare i software». Ci tengono a evidenziare che il loro obbiettivo è rivalutare la figura dell’educatore: «Non siamo quelle che si siedono a fianco a leggere insieme al bambino, no, l’obbiettivo è metterlo in condizione di muoversi da solo. Che poi è l’idea della nostra scuola del futuro». In quella odierna ci si preoccupa più di chiedersi «quali difficoltà ha lo studente» piuttosto che capire quali sono le «potenzialità». «E coloro che hanno incredibili doti in ambiti artistici non vengono valorizzati, colpa dell’attuale mentalità».

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