Il pm: «Crudeltà e sevizie Dettori vada a processo»
di Nadia Cossu
Chiesto il rinvio a giudizio del 25enne: «Ha ucciso lui il barista Antonio Fara» Il 47enne era stato massacrato con un martello. La decisione del gip il 18 marzo
3 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. Sarà il gup Giuseppe Grotteria, il prossimo 18 marzo, a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla Procura di Sassari nei confronti di Claudio Dettori, 25 anni, accusato di aver ucciso – il 22 aprile dell’anno scorso – Antonio Fara, barista di 47 anni, che da un po’ di tempo ospitava l’imputato a casa sua, in via Livorno.
Omicidio volontario è il reato contestato dal pm Giovanni Porcheddu a Dettori (difeso dall’avvocato Antonio Pietro Sanna). Con l’aggiunta di tre aggravanti: «Aver cagionato la morte (di Fara ndc) dopo aver adoperato sevizie, aver agito con crudeltà verso la vittima e, per ultimo, aver approfittato della relazione di ospitalità offertagli dalla vittima».
Ma l’imputato deve rispondere anche di rapina aggravata perché «trovandosi presso l’abitazione di Antonio Fara – scrive il pubblico ministero – sottraeva, prelevandoli dal borsello della vittima, circa 700 euro suddivisi in banconote di vario taglio e aggrediva Fara con uno strumento contundente (una padella) e un martello, cagionandone la morte».
I movimenti del giovane erano stati immortalati da alcune telecamere. Una sequenza di immagini che per la Procura di Sassari “costruiva” il film della fuga dopo il delitto. Per gli inquirenti Dettori si sarebbe infatti accanito su Antonio Fara, tentando di strangolarlo e poi finendolo a colpi di padella e con una martellata sulla testa. E le telecamere del palazzo avrebbero fatto il resto, chiudendo il cerchio: avrebbero cioè ripreso e raccontato per filo e per segno gli spostamenti del presunto assassino. Che era entrato in casa, poi uscito, poi rientrato, e la mattina, a delitto avvenuto, era scappato dal retro scavalcando i muri e attraversando i cortili dei palazzi.
La violenza che l’imputato avrebbe usato contro la vittima è lo stesso pm a descriverla nella richiesta di rinvio a giudizio. Dettori avrebbe aggredito il 47enne «colpendolo reiteratamente, in rapida successione e con estrema violenza – si legge – prima con pugni diretti al volto e con calci al torace, poi lo attingeva al volto e al capo con uno strumento contundente dal bordo metallico sottile (una padella) che gli cagionava plurimi traumi (...) con una conseguente perdita di coscienza da parte del Fara; quindi gli avvolgeva al collo un mezzo stringente (la cintura dell’accappatoio) con il quale operava uno strangolamento e infine, in una fase in cui la vittima non era più reattiva e non offriva alcuna resistenza all’aggressore, lo colpiva almeno due volte con un martello “a palla” così provocandone la morte».
La versione resa spontaneamente dal presunto omicida in fase di interrogatorio, dove respingeva ogni accusa e sosteneva di essere andato via la notte dalla casa di via Livorno per farci ritorno la mattina e trovare il cadavere del barista, non ha mai convinto gli inquirenti che sono sempre stati sicuri di una sola ricostruzione, poi condivisa dal tribunale del Riesame che all’epoca aveva respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali della difesa: «La mattina del 23 aprile successiva all’omicidio, alle 9.30 Claudio Dettori era all’interno dell’abitazione di Fara, del quale era ospite, quando il figlioccio della vittima ha preso a bussare con forza alla porta di ingresso, preoccupato che lo zio non si fosse presentato al lavoro nel bar di via Luzzati». Dettori a quel punto aveva chiamato i carabinieri, presentandosi con nome e cognome, e chiedendo l’immediato intervento: «Penso che ci sia un omicidio – aveva detto – qualcuno da fuori tenta di aprire la porta con violenza, ho paura». Poi la fuga.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Omicidio volontario è il reato contestato dal pm Giovanni Porcheddu a Dettori (difeso dall’avvocato Antonio Pietro Sanna). Con l’aggiunta di tre aggravanti: «Aver cagionato la morte (di Fara ndc) dopo aver adoperato sevizie, aver agito con crudeltà verso la vittima e, per ultimo, aver approfittato della relazione di ospitalità offertagli dalla vittima».
Ma l’imputato deve rispondere anche di rapina aggravata perché «trovandosi presso l’abitazione di Antonio Fara – scrive il pubblico ministero – sottraeva, prelevandoli dal borsello della vittima, circa 700 euro suddivisi in banconote di vario taglio e aggrediva Fara con uno strumento contundente (una padella) e un martello, cagionandone la morte».
I movimenti del giovane erano stati immortalati da alcune telecamere. Una sequenza di immagini che per la Procura di Sassari “costruiva” il film della fuga dopo il delitto. Per gli inquirenti Dettori si sarebbe infatti accanito su Antonio Fara, tentando di strangolarlo e poi finendolo a colpi di padella e con una martellata sulla testa. E le telecamere del palazzo avrebbero fatto il resto, chiudendo il cerchio: avrebbero cioè ripreso e raccontato per filo e per segno gli spostamenti del presunto assassino. Che era entrato in casa, poi uscito, poi rientrato, e la mattina, a delitto avvenuto, era scappato dal retro scavalcando i muri e attraversando i cortili dei palazzi.
La violenza che l’imputato avrebbe usato contro la vittima è lo stesso pm a descriverla nella richiesta di rinvio a giudizio. Dettori avrebbe aggredito il 47enne «colpendolo reiteratamente, in rapida successione e con estrema violenza – si legge – prima con pugni diretti al volto e con calci al torace, poi lo attingeva al volto e al capo con uno strumento contundente dal bordo metallico sottile (una padella) che gli cagionava plurimi traumi (...) con una conseguente perdita di coscienza da parte del Fara; quindi gli avvolgeva al collo un mezzo stringente (la cintura dell’accappatoio) con il quale operava uno strangolamento e infine, in una fase in cui la vittima non era più reattiva e non offriva alcuna resistenza all’aggressore, lo colpiva almeno due volte con un martello “a palla” così provocandone la morte».
La versione resa spontaneamente dal presunto omicida in fase di interrogatorio, dove respingeva ogni accusa e sosteneva di essere andato via la notte dalla casa di via Livorno per farci ritorno la mattina e trovare il cadavere del barista, non ha mai convinto gli inquirenti che sono sempre stati sicuri di una sola ricostruzione, poi condivisa dal tribunale del Riesame che all’epoca aveva respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali della difesa: «La mattina del 23 aprile successiva all’omicidio, alle 9.30 Claudio Dettori era all’interno dell’abitazione di Fara, del quale era ospite, quando il figlioccio della vittima ha preso a bussare con forza alla porta di ingresso, preoccupato che lo zio non si fosse presentato al lavoro nel bar di via Luzzati». Dettori a quel punto aveva chiamato i carabinieri, presentandosi con nome e cognome, e chiedendo l’immediato intervento: «Penso che ci sia un omicidio – aveva detto – qualcuno da fuori tenta di aprire la porta con violenza, ho paura». Poi la fuga.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
