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Sassari, i 90 anni del veterano del soccorso: «Mi sento sempre vigile del fuoco»

di Dario Budroni
Sassari, i 90 anni del veterano del soccorso: «Mi sento sempre vigile del fuoco»

Il maresciallo Giuseppe Saba, una vita dedicata a salvare gli altri

24 maggio 2023
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Sassari La colonna sonora di una vita è una sirena che non smette mai di suonare. Neanche adesso che ha novant’anni sulle spalle e oltre un trentennio da pensionato in archivio. Il suo corpo, almeno nella mente, Giuseppe Saba lo vede ancora ben protetto dal tessuto ruvido di una divisa. Perché essere vigile del fuoco significa sentirsi parte di un qualcosa di importante che non finisce certo quando si riconsegnano elmo e piccozza a fine carriera. «Siamo come una grande famiglia. E la gente ci vuole bene. In fondo non si smette mai di essere vigili, anche se le mie gambe, ormai, non funzionano più come un tempo». Classe 1933, ozierese trapiantato a Sassari, Giuseppe Saba, che compie 90 anni proprio oggi, è un veterano del soccorso e del pronto intervento che è stato un punto di riferimento per intere generazioni di vigili. Memoria storica del comando di Sassari, ex caporeparto che si trascina l’appellativo di maresciallo perché quando cominciò i pompieri erano ancora militari, Giuseppe Saba ricorda tutto alla perfezione. Incendi, alluvioni, luoghi, amici, colleghi che non ci sono più. E un po’ si diverte quando si ferma a pensare ai mezzi e agli strumenti che sono stati rivoluzionati dal progresso. Guardando il figlio Antonello, anche lui vigile del fuoco, sorride e ricorda: «Una volta l’autoscala funzionava a manovella, arrivavamo al massimo al quarto piano».

Da Ozieri in bicicletta Saba diventò un pompiere praticamente per caso. «A Ozieri misero dei cartelloni per avvisare che stavano cercando dei vigili del fuoco – racconta –. Quindi presi una bicicletta e mi presentai a Sassari. I soldi erano pochi e risparmiai sul treno». Era il 1954 e a quei tempi si era ancora in una fase di riorganizzazione del corpo nazionale dopo gli stravolgimenti della seconda guerra mondiale. Fatto il corso a Capannelle, a Roma, Saba divenne così un vigile ausiliario e tornò quindi a Sassari. Pochi mesi dopo la vincita del concorso e l’assunzione come vigile permanente: Livorno, Cagliari e infine nuovamente Sassari. La caserma si trovava in via Torino, all’angolo con via Roma, e sia l’approccio che la preparazione di quegli anni oggi sanno quasi di preistoria del soccorso. «Certe specializzazioni non esistevano – dice Saba –. Cercavamo di arrangiarci a seconda delle situazioni, ma per quei tempi eravamo comunque formati e addestrati. Seguivamo i corsi. Però capitava anche di creare noi stessi alcuni attrezzi per intervenire nell’emergenza. Tanti strumenti non erano stati ancora inventati, serviva fantasia». E poi l’attaccamento al corpo, il legame tra colleghi, le prove di ardimento. «Al momento opportuno si è tutti utili, una squadra – spiega Saba, che ogni tanto parla ancora al presente –. Siamo uomini come altri, ma non dobbiamo dimenticarci di essere addestrati e pronti. E poi c’è la passione, un elemento fondamentale per chi fa questo lavoro».

Gli interventi La memoria di Saba è come un archivio. L’ex caporeparto ne ha viste un po’ di tutti i colori, ma ci sono alcuni interventi che ricorda più di altri. Come l’incendio nel grattacielo vecchio di piazza Castello. Era il 1969 e la foto del suo volto annerito venne pubblicata anche sulla Nuova. «La gente si sentiva in trappola e si voleva buttare dalle finestre – ricorda –. Il fumo aveva invaso tutto il palazzo, ma riuscimmo comunque a salvare tutti. Fu quasi un miracolo». Tra i ricordi anche una alluvione a Scala di Giocca. «Laggiù scorre un ruscello – spiega Saba –, ma una bomba d’acqua lo trasformò in un fiume impazzito. C’era anche una littorina, quasi del tutto sommersa. I passeggeri stavano per affogare e riuscimmo a salvarli costruendo una specie di ponte con le scale. Anche due vigili rischiarono di morire». Non solo fuoco e fango. Saba divenne anche un esperto di radioattività. A Sassari creò quindi l’embrione di quello che poi è diventato il nucleo specializzato Nbcr. «Dopo il disastro di Chernobyl – ricorda – andammo anche a raccogliere le verdure coltivate nel territorio. Poi le spedivamo per le analisi, per capire se ci fosse del materiale radioattivo».

Vigile per sempre Saba è in pensione dal 1990, ma il cuore batte ancora tutto per il corpo nazionale dei vigili del fuoco. Qualche volta rimette anche piede in caserma. «Ma senza esagerare, non voglio disturbare chi lavora» dice. In ogni caso c’è il figlio Antonello che lo aggiorna su tutto. «È come una calamita – sorride Saba –. Quando si indossa quella divisa non ci si vuole staccare più. Sentiamo anche l’affetto della gente, perché facciamo di tutto: dalle aperture porta ai terremoti. Siamo sempre lì, ad aiutare le persone. Nella vita ho anche avuto paura, ma sempre dopo, quando mi sono messo a pensare ai pericoli che avevo appena corso. Durante l’emergenza non si può avere paura. Perché noi facciamo quello che dice la Costituzione: salviamo le persone, i beni e anche gli animali».
 

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