La Nuova Sardegna

Sassari

La storia

Asinara, laboratorio di emozioni: «Per noi non è stato solo carcere»

di Gianni Bazzoni
Asinara, laboratorio di emozioni: «Per noi non è stato solo carcere»

I racconti di chi ha vissuto per anni sull’isola in un luogo fuori dal mondo

05 novembre 2023
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Sassari Ascoltare e cogliere le emozioni. Quelle vere, trasmesse dalle persone che raccontano storie e fatti, che mettono in fila i ricordi e si caricano il peso del passato per regalare risposte che guardano al futuro.

Spesso se ne parla, raramente si riesce a creare un confronto semplice, una sorta di esperimento senza barriere come è accaduto nella sede del Parco nazionale dell’Asinara dove si sono ritrovate un gruppo di persone che in quell’isola che mette insieme amore e odio, condanna e speranza, ambiente da contemplare e momenti vissuti tra dolore e tragedia, hanno trascorso una parentesi della loro vita.

L’idea l’ha realizzata Carlo Hendel, ideatore del gruppo pubblico “Affetti dal mal d’Asinara”, una sorta di grande abbraccio che contiene quanti a vario titolo hanno vissuto o sono transitati sull’isola dell’Asinara e non sono più riusciti a togliersela dalla mente. Un primo passo, al quale ne seguiranno degli altri. Con un impegno chiaro: coinvolgere gradualmente tutte le persone, a cominciare da quelle che quasi mai hanno raccontato, quindi meno esposte anche dal punto di vista mediatico, capaci di proporre anche storie inedite.

Il commissario straordinario del Parco nazionale Giancarlo Muntoni ha sposato il progetto-laboratorio: «Ascoltare le storie delle persone – ha detto nel saluto agli ospiti – aiuta a cogliere le emozioni e a capire la vita». Sulla stessa linea il direttore del Parco nazionale Vittorio Gazale: «Apriamo un filone toccato sempre timidamente – afferma –. Per noi è motivo di emozione e di insegnamento. Vivere l’isola significa cogliere le magie: era da tempo che con Carlo Hendel volevamo fare questo esperimento: conservare per valorizzare e riannodare il filo fino ai giorni nostri».

Carlo Hendel, agronomo, ha trascorso un lungo periodo all’Asinara ai tempi del carcere. E non ha nascosto la commozione per l’apertura del laboratorio di emozioni che può regalare altri momenti. «Quello del carcere è solo un aspetto, l'ultimo prima del parco. Abbiamo capito che la gente ha grande interesse a conoscere la storia e le emozioni. Noi non vogliamo fare i reduci, solo utilizzare il passato e fare in modo che il futuro sia ancora migliore guardando i tanti vestiti dell’isola». La sindaca Rita Vallebella, oggi avvocato e sindaca di Stintino non è nata ma è stata concepita all’Asinara. Racconta di «un mondo fuori dal mondo». Ricorda le sue emozioni di bambina a Cala Reale. I sacchetti della spesa ricamati che arrivavano da Cala d’Oliva. Del cavallo con il detenuto in cassetta che portava i bambini da Campu Perdu alla scuola di Cala Reale. «Ho avuto un trauma quando mi hanno portata via dall’Asinara – dice – mi sono sentita strappata dalla mia terra. Ho provato terrore quando sono passata da una pluriclasse con pochi bambini a quella di Sassari con 30 alunni».

E poi Antonello Flumene, medico sassarese che all’Asinara c’è arrivato da giovanissimo dottore appena specializzato. «Fino all’ultimo lì – racconta – ero di guardia anche l’ultimo giorno che ha chiuso il carcere. Ho avuto un maestro come il dottor Vindice Silvetti che mi ha insegnato da subito come ci si comporta in una galera. Ci sono rimasto 15 anni e ne sono rimasto affascinato. Il mio viaggio è cominciato in autobus da Sassari fino al molo dell’Ancora di Stintino e da lì in gozzo fino a Fornelli. Mi aspettava un infermiere con 70 cartelle riferite ai detenuti tra le mani». Quindi l’episodio mai dimenticato: «Mi dissero: dottore cammini sempre dalla parte del muro, mai davanti alle celle dove può essere afferrato da qualche detenuto. Il primo giorno fu segnato dal terrore: mi senti afferrare per il collo, restai paralizzato. Era un gigante: lei è dottore. Si, risposi. E quale squadra tifa? Io pensai, se sbaglio squadra sono morto. Inter, dissi a bassa voce. Quale? lui urlò. E io: Inter...Inter. Cominciò a baciarmi sulla testa e mollò la presa. Fu il mio battesimo in carcere che era stato orchestrato dalle guardie. Quando tornai a Sassari, all’edicola dell’Emiciclo comprai un poster dell’Inter e lo regalai a quel detenuto, era un killer condannato a diversi ergastoli. Quando uno dei detenuti mi prese in giro e disse che la laurea l’avevo presa regalando formaggi ai professori, lui intervenne senza che nessuno glielo avesse chiesto. Prese quel detenuto per l’orecchio e lo portò in ambulatorio: chiedi scusa al dottore, disse». All’Asinara il dottor Flumene (pediatra) scoprì presto che si faceva di tutto: venne chiamato a fare il cesareo a una mucca che stava per partorire ed era rimasta ferita gravemente mentre saltava il muretto di cinta. Bisognava salvare il vitellino: «Te la senti? Mi dissero. Ma a una mucca? Andò bene, salvammo il vitellino».

Lucia Amato ha vissuto ed è cresciuta all’Asinara. Un filo che sancisce il legame con il passato: «Discendo da coloro che nel 1885 vennero allontanati dall'Asinara. A Cala d’Oliva avevamo anche il cinema», ricorda. Rita Vona si considera una figlia dell'Asinara. Il suo è stato un lungo viaggio, da appena nata fino a 19 anni. «Ho imparato tutto sull’isola. Anche a fotografare utilizzando la reflex di mio padre». É lei l’autrice del video “Il barattolo dei bottoni”: «Apparteneva a mia madre. Conteneva bottoni e tante cose che venivano riciclate per altri usi. All'Asinara non c’erano negozi e ogni giorno con ago e filo mia madre cuciva per 5 figli. Ricordo che si conservava tutto, anche un ago poteva essere riutilizzato. C’era un filo rosso che ci legava. Una comunità nella comunità. Non era solo il carcere, c'eravamo anche noi. Una convivenza stretta. Facevamo tutti la stessa vita».

Marilena Vitalone, oggi referente Pari opportunità della Regione Campania, è la figlia dell’allora comandante delle guardie - poi diventate polizia penitenziaria - Gian Leterio Vitalone, . E si porta dentro un carico di emozioni e pensieri. Racconta di quel trasferimento da Poggioreale a Roma, quando misero suo padre a scegliere fra tre sedi: Regina Coeli, Volterra e l'Asinara. «Lui la cercò sulla cartina l’Asinara: ah sta ngoppa alla Sardegna. E decise di partire in avanscoperta. Quando rientrò a Napoli ci disse: vi porto in villeggiatura, un primo soggiorno che durò 10 giorni. Arrivammo a bordo del Virtude e io dissi subito: non ci voglio stare qui». Il suo ricordo dell’esperienza all’Asinara è segnato da una forte inclusione. Un’isola che considera come una borsa piuttosto che un abito: «È come una borsa che hai con te, e la conservi con cura quella borsa che un luogo così unico ti ha dato e che ti ha permesso di essere ciò che sei».

Infine Gianmaria Deriu. Uno che può raccontare di essersi fermato all’Asinara. Prima come agente della polizia penitenziaria e poi come collaboratore-volontario del Parco nazionale. «Posso dire che quando mi ci hanno mandato, in galera ho trovato la mia libertà. Mi dissero non ci andare quando ritirai l’assegnazione: “Non fa per te”. Nel mese di luglio del 1980 ci arrivai vestito di bianco, giovanissimo agente. A bordo della barca “Rosalba” c’era anche il cappellano don Giorgio Curreli. Sbarcai a Fornelli tutto impolverato». Impatto durissimo, un riposo al mese. «Mi dissi: io qui non resisto. Il medico mi diede 30 giorni di riposo e una volta a casa me la presi con mia madre, artefice del mio arruolamento: È tutta colpa tua le dissi. Al rientro sull’isola mi destinarono in ufficio a Cala d’Oliva, mi ritrovai il mare come amico, come momento di svago». «E lì sono cresciuto fino alla pensione nel 2012. Mi ha accolto il parco dove ho fatto tante cose, anche l’attore. Con il rispetto e l’attenzione che si deve a una parte di me e della mia vita. E oggi sono ancora qui, al servizio dell’Asinara, un’isola particolare, fantastica e ricca di emozioni che rappresenta un grande laboratorio di vita per tante persone». 

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