La Nuova Sardegna

Sassari

La storia

Da rifugiato a mediatore culturale, Bereket Zemuy Abraha: «A Sassari per costruirmi un futuro»

di Dario Budroni
Bereket Abraha mediatore culturale
Bereket Abraha mediatore culturale

Ha 35 anni e viene dall’Eritrea. Dopo due lauree, adesso studia urbanistica. In Sardegna grazie ai corridoi universitari, da mesi lavora come operatore Caritas

28 dicembre 2023
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Sassari Sono più di quattromila i chilometri che separano il passato dal futuro. Bereket Zemuy Abraha li porta tutti sulle sue larghe spalle. Laggiù ha lasciato una moglie e tre bambini, ma con una promessa: «Li farò venire qui, appena riuscirò a sistemare i documenti». Due lauree in tasca e una magistrale verso il traguardo, Bereket, 35 anni, è eritreo e a Sassari ha deciso di dare forma e sostanza a una nuova vita. Arrivato in Sardegna attraverso il progetto dei corridoi universitari, adesso fa il mediatore linguistico e lavora nel centro di accoglienza della Caritas diocesana. È anche lui a occuparsi dei migranti fuggiti da una esistenza più pericolosa del deserto e delle onde del mare aperto.

«In troppe aree dell’Africa la speranza non esiste più – racconta –. La gente scappa per questo motivo. Meglio attraversare il Sahara piuttosto che vivere in certe condizioni. Per secoli l’Africa è stata sfruttata e i popoli sono stati divisi. La situazione attuale è la conseguenza di ciò che è stato fatto in passato».

Campo profughi Bereket, nella vita, ne ha viste di tutti i colori. Innanzitutto l’addio al suo Paese, l’Eritrea. «Lì ho studiato e mi sono laureato in Scienze del turismo, ad Asmara – spiega –. Impossibile però costruirsi un futuro. C’è la dittatura e il paese è militarizzato. Così a 23 anni sono fuggito in Etiopia e sono finito in un campo per rifugiati. Ho prestato servizio come volontario e ho approfittato di una borsa di studio dedicata proprio a noi rifugiati. Ho studiato ancora, stavolta scienze economiche, e mi sono laureato una seconda volta. Anche qui, però, nessuna possibilità di proseguire gli studi o di trovare un lavoro. Insieme ad altri ragazzi, però, abbiamo dato vita a una associazione di studenti e ci siamo dati da fare per formare e aiutare i più giovani».

Ad accendere una luce in fondo al tunnel è stato poi il progetto Unicore, che ha aperto alcuni corridoi universitari per dare una opportunità agli studenti rifugiati attraverso un percorso di studi negli atenei italiani. Un piano al quale ha aderito anche l’Università di Sassari, che ha già accolto diversi ragazzi e ragazze. «Così sono arrivato in Sardegna – dice Bereket –. Mi sono iscritto alla magistrale di urbanistica, ad Alghero, e adesso mi manca la tesi».

L’operatore Fondamentale anche il ruolo svolto dalla Caritas diocesana di Sassari, diretta da Antonello Spanu. Considerata la sua conoscenza delle lingue e il suo bagaglio culturale, a Bereket è stata data la possibilità di diventare operatore del centro di accoglienza per migranti San Francesco Cappuccini, gestito dalla stessa Caritas. «Faccio il mediatore linguistico e culturale – spiega –. E lavoro a contatto con le storie di tante persone fuggite dall’Africa perché senza futuro». Un lavoro che, pian piano, gli permetterà anche di centrare l’obiettivo più importante. «In Etiopia ho sposato una ragazza, anche lei eritrea – sorride Bereket –. E ho tre bambini, due maschi e una femmina. Sono tutti nati a gennaio e tra pochi giorni compiranno otto, sei e quattro anni. Purtroppo non li vedo da tre anni. Non posso tornare in Etiopia, farò venire loro qui. Adesso sono un operatore Caritas e sto cambiando i documenti da studente a lavoratore. Con un reddito, sarà più semplice rivedere la mia famiglia». E poi il futuro in Italia, ancora senza troppi programmi: «Vedremo un po’ cosa succederà, ma mi piacerebbe lavorare nell’ambito relativo ai miei studi».

L’Eritrea italiana Nell’immaginario di Bereket l’Italia è sempre esistita. L’Eritrea è stata infatti una colonia italiana, così come le vicine Somalia ed Etiopia. Una pagina buia della storia con la quale non sono stati fatti ancora tutti i conti. «La colonizzazione c’è stata – dice –. Ma devo dire che quello che è accaduto dopo ha fatto un po’ dimenticare il passato coloniale. Per decenni, per esempio, abbiamo sofferto tantissimo per via dei dittatori etiopi. Nel mio Paese, comunque, è rimasta molta Italia. Le strade, gli edifici. Asmara veniva chiamata la piccola Roma. I cinema si chiamano Impero, Dante, Odeon, Croce Rossa. Anche la meccanica conserva molti nomi italiani. Noi giovani, comunque, non conosciamo più la lingua italiana, i nostri nonni e genitori invece sì».

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