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I moti del pane a Sassari: ottant’anni fa la ribellione dei poveri

di Vindice Lecis
I moti del pane a Sassari: ottant’anni fa la ribellione dei poveri

Gli scontri, l’assalto ai forni e la bandiera rossa. Quando la città scese in piazza contro la fame

14 gennaio 2024
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Sassari La voce che giovedì 13 gennaio 1944 si sarebbe svolta una grande dimostrazione per il pane che poteva sfociare, persino, in un attacco alla prefettura era giunta da alcuni giorni alle orecchie della polizia. E il questore Dino Fabris, sino a pochi mesi prima a capo dell’Ovra, l’organizzazione di spionaggio del regime, che dal fascismo aveva trasportato una feroce ostilità per il dissenso, aveva pensato di trovarsi di fronte a un complotto comunista. Ma, in quei giorni, maturava ben altro.

In effetti i comunisti, o meglio i giovani del partito, si davano molto da fare nell’agitazione e nella propaganda ed erano tenuti particolarmente d’occhio. Ma le ragioni profonde del malessere erano impastate nella rabbia dell’incertezza e, specialmente, della fame. Sassari che viveva immersa nel “fascismo senza Mussolini” dove sopravvivevano uomini e strutture del regime deposto, non aveva di che nutrirsi.

La Sardegna infatti viveva separata dall’Italia, divisa tra un centro-nord occupato dai nazi-fascisti dove stava organizzandosi la lotta partigiana e un Mezzogiorno liberato dagli anglo-americani. Ed era al collasso. L’isolamento impediva l’approvvigionamento dei generi di prima necessità. Da un paio di mesi mancava di tutto: dall’olio allo zucchero, dal carbone alla pasta, dal riso ai legumi. Non c’erano pezzi di ricambio per le poche auto circolanti (trecento in tutta l’isola) e scarseggiavano i medicinali, i concimi per l’agricoltura e ogni altra cosa.

Non restava che la protesta, fatto inedito dopo due decenni di dittatura e con la guerra ancora in corso. Il 12 gennaio 1944 si riunirono al piano terra della piccola sede di via San Sisto 4, nel cuore di una Sassari poverissima, gli iscritti alla sezione giovanile comunista.

Si erano presentati in venti, quasi tutti giovani operai che già partecipavano ai corsi di comunismo e di marxismo che il segretario ventiduenne Enrico Berlinguer teneva da qualche mese. Il giornalista Peppino Fiori nella biografia di Berlinguer (Laterza, 1989) descrive quel giovane come “non alto, dimagrito dentro l’abito di sempre, che gli casca largo, le orecchie ad alettoni, i capelli neri corti, a spazzola, la fronte corrugata in faccia liscia”.

I giovani che affluivano sempre più numerosi nella sezione, da alcuni giorni avevano deciso di partecipare in modo attivo alla manifestazione popolare fissata per l’indomani 13 incuranti delle raccomandazioni del partito degli anziani di stare in guardia da possibili provocazioni contro il Pci e da infiltrazioni fasciste. Berlinguer quella sera, alla presenza anche di un giovane che si scoprì come informatore della polizia (il giovane autista Francesco Spanu, costretto ad avvalorare in seguito le tesi del questore Fabris), aveva dato alcuni incarichi ai suoi compagni: portare la bandiera rossa confezionata nella casa di via Alghero di Luigi Ricci e affidato il compito a Cicito Mura, scaricatore di carbone, di organizzare il forte nucleo di donne, almeno cinquecento, che dalle Conce avrebbero dovuto essere il nucleo forte della protesta.

La notte piovve, ma non dissuase l’indomani mattina cinquecento donne e ragazzi, in prima fila quelli del circolo di via San Sisto che sventolavano piccoli stracci rossi, a muoversi in corteo dai giardini pubblici, sino a piazza d’Italia doveva avevano sede prefettura e questura. Trovarono i carabinieri a cavallo e alcuni autoblindo. Echeggiarono grida contro gli accaparratori che nascondevano le riserve e i fornai che aumentavano i prezzi. La fame e la disperazione spinsero i manifestanti a fronteggiare le forze di sicurezza.

Dai giovani comunisti vennero lanciate invettive contro il prefetto, anche lui passato indenne dalla caduta del regime. Quindi, guidato da Berlinguer, un corteo si mosse verso gli uffici della Commissione Alleata situata nell’ex palazzo della Gil, dove una delegazione chiese la distribuzione di zucchero, pane e pasta.

Quando, senza incidenti, la manifestazione principale si sciolse, piccoli gruppi di dimostranti si spostarono di nuovo verso il centro cittadino. In un clima di tensione, si verificò l’assalto delle donne al pastificio Arru-Fadda che venne saccheggiato. La stessa sera si svolse una riunione urgente dei giovani comunisti nella sede di via San Sisto. La piccola sezione era il loro vanto, simbolo di forza crescente - già 126 iscritti - e di autonomia.

Quei giovani, che poco sapevano di politica ma sentivano covare un fuoco di ribellione e rivolta, avevano cominciato a ritrovarsi sin dal settembre dell’anno precedente, quasi increduli del clima di libertà (in realtà assai vigilata) che si respirava. Avevano svolto una prima assemblea di iscritti in via Bellieni, dove si trovava il forno di Mundula dove però nel dicembre di quell’anno un intervento poliziesco arbitrario aveva identificato i presenti e sequestrato dei materiali della lezione che Enrico Berlinguer avrebbe dovuto svolgere.

La sera di mercoledì 13, i giovani ricevettero la visita di Andrea Lentini, prestigioso dirigente del partito degli adulti, già sindaco di Gonnesa e perseguitato duramente dal regime, che intimò di non partecipare a nuove manifestazioni. I giovani fecero di testa propria. I comunisti erano ancora fortemente legati al lavoro clandestino.

Raccontò Nino Manca - uno dei protagonisti dei Moti del pane per i quali subì tre mesi di carcere - nel libro scritto trent’anni fa con Tore Patatu (Dessì editrice) che gli adulti per questo motivo erano ancora “sospettosi e diffidenti” all’esterno ma anche all’interno del movimento. La principale attività “consisteva nell’organizzare una lunga serie di riunioni per vagliare l’andamento della campagna di proselitismo, che comportava per ogni singola e nuova adesione minuziose e dettagliate indagini e informazioni sul conto del nuovo arrivato” con “interminabili discussioni sul pro o contro l’accettazione delle domande di iscrizione”.

I comunisti adulti non erano troppo numerosi ma avevano sulle spalle il prestigio di anni di carcere, confino, persecuzioni. Si trattava tra gli altri di Andrea Lentini, Riccardo Dessì, Bruno Mura, Renato Bianchi, Cicito Anfossi (poi espulso), Annita Usai, Giovanni Battista Cossa, Teresa Crobu.

Ma l’ardore della battaglia e la rabbia contro la miseria erano un richiamo forte per quei giovani comunisti. Il comitato esecutivo della sezione, formato dal segretario Berlinguer, dagli operai Nino Manca, Giovanni Masala, Carmine Dasara, Giovanni Cossu e dagli studenti Polo Achenza e Angelo Magliona decisero che l’indomani, il 14, loro ci sarebbero stati. Protestare contro la miseria era il loro intendimento. E in quella Sassari certo non mancava.

Nino Manca ricordò l’esercito di mendicanti, la borsa nera, la distribuzione dei pasti nell’edificio di via Monache Cappuccine. E il degrado delle condizioni di vita specialmente nel vecchio centro dove si viveva in una “sistematica promiscuità” in abitazioni sprovviste d’acqua corrente “e con un buco alla turca per cesso”.

Un esempio tra i tanti. “In vicolo Sant’Elena, la famiglia di Pietro Francesco Conti, ogni notte, doveva tirare su con una carrucola il tavolo da pranzo, che rimaneva così sospeso per aria durante tutta la notte” perché la stanza che era l’unico vano doveva servire a “nonna e nonno, padre e madre, cinque figlie femmine e tre maschi”.

La mattina del venerdì 14 le proteste e le azioni dirette cominciarono presto quando un gruppo di donne assalì due commessi di un panificio che trasportavano alle rivendite ceste con ottanta chili di pane. E’ la scintilla che farà scoppiare un incendio. Sin dalle 8.30 il concentramento popolare raccolse almeno duemila persone e tra queste venne sventolata, per la prima volta, la bandiera rossa con la falce e martello. Nel rapporto della polizia, si descrisse uno dei cortei che procedeva al canto dell’Internazionale.

La parola d’ordine era però di farsi consegnare dai forni il pane, con ogni mezzo. “Presso il mercato civico - scrisse Nino Manca - la folla aveva invaso il comparto di rivendita dei pesci, pensando di poter accaparrarsi, ovviamente qualcosa da mangiare. In realtà, però, il mercato era completamente vuoto”.

Il direttore che aveva tentato di opporsi all’invasione fu colpito alla testa con un cestello. Il corteo si mosse e avanzò nelle vie del centro. Vennero assaltati il mulino Fabri-Naseddu e il magazzino di Fara e anche altri depositi e forni. Pane e farina, ma anche zucchero e carbone furono distribuiti tra i manifestanti. Poco dopo avvennero gli scontri. Il primo alla confluenza tra via Rosello e il corso Vittorio Emanuele con una carica violenta dei carabinieri a cavallo. La difesa dei manifestanti fu il lancio di ciottoli della pavimentazione stradale. Le cariche dispersero la folla per poco tempo ma cominciarono comunque i primi fermi. Due manifestanti rinchiusi in una camionetta in porta Sant’Antonio furono liberati dalla folla.

Manca raccontò col gusto del sassarese ironico che “un manifestante che rispondeva al nome di Mario Usai, noto a Sassari col soprannome di Mario Buttaracciò guidando questo gruppo, riuscì a raggiungere rapidamente piazza Sant’Antonio e, presentandosi per chiedere la liberazione dei fermati, non fece neppure in tempo a completare il suo discorso che i militari abbandonarono la camionetta”.

Altri duri scontri si ebbero in piazza Cavallino De Honestiis con i carabinieri a cavallo e i poliziotti aiutati da un autoblindo leggero. Gli scontri proseguirono fino a quando la massa dei manifestanti invase piazza del Comune presidiata da soldati armati col fucile mitragliatore. Quando anche la manifestazione del 14 ebbe termine, cominciò la repressione. Fabris costruì il teorema dell’insurrezione comunista e fece operare decine di arresti. Alla fine se ne contarono 38, mentre quattro giovani si resero latitanti. Il Pci in realtà estraneo all’organizzazione delle manifestazioni firmò infatti il documento della Concentrazione antifascista, di cui faceva parte, in cui venivano duramente sconfessate.

Tutto il gruppo dirigente dei giovani comunisti venne arrestato. Le catene ai polsi di Enrico Berlinguer scattarono la mattina del 17. I capi di imputazione per tutti erano pesanti e punibili con pene tra i cinque anni e, persino, la pena di morte. Berlinguer considerato il capo della sedizione venne descritto dal questore Fabris come un “comunista convinto” che “fanatico dell’idea credette giunto il momento di applicare alla pratica le teorie più spinte del partito” organizzando i “moti di piazza allo scopo di mostrare la forza del partito, di eccitare disordini, di far compiere violenze, sabotaggi e vandalismi”. Persino, aveva aggiunto Fabris, di “impadronirsi degli uffici pubblici e per primo del palazzo del governo, facendo gettare dalla finestra il prefetto stesso”. “Sembra quasi che la caduta del fascismo non fosse mai avvenuta” annotò Nino Manca.

E infatti le accuse per Berlinguer e i suoi numerosi compagni finiti nelle celle di san Sebastiano vennero smantellate in istruttoria. Molte deposizioni false per dimostrare l’esistenza di un complotto sedizioso erano state estorte, venne evidenziato, con minacce, ricatti e percosse durante gli interrogatori. Difesi da uno stuolo di avvocati e sostenuti anche dal Soccorso Rosso del Pci gli imputati vennero prosciolti in istruttoria. Domenica 23 aprile le porte di San Sebastiano si aprirono per gli arrestati, dopo cento giorni di detenzione.

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