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Il caso Gesam

Sassari, la vedova dell’operaio morto sul lavoro alla Gesam: la Procura non doveva arrendersi

Sassari, la vedova dell’operaio morto sul lavoro alla Gesam: la Procura non doveva arrendersi

La moglie di Antonio Masia, Rita Coco, annuncia che presenterà opposizione all’archiviazione attraverso i suoi legali: «Antonio non meritava anche questa ingiustizia»

02 febbraio 2024
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Sassari «Se devo essere sincera, dopo quello che mi dissero il giorno della tragedia, e cioè che Antonio fosse morto d’infarto, non sono affatto stupita di questo incredibile epilogo».

Rita Coco pesa le parole ma vorrebbe urlare al mondo la sua rabbia, per quella che lei e le sue due figlie ritengono un’ingiustizia senza precedenti.

Ma anche davanti alla notizia della richiesta di archiviazione da parte della Procura della Repubblica di Sassari per le cinque persone finite - con ipotesi accusatorie diverse - nel registro degli indagati per la morte di suo marito Antonio Masia, durante il turno di lavoro all’interno dello stabilimento della Gesam e per l’incendio che qualche giorno dopo distrusse l’impianto, questa donna esile, ma forte come una roccia, non perde la dignità.

Quella che ha sempre mantenuto dalla sera del 25 luglio del 2022, quando - dopo una serata di attesa infinita e di telefonate a vuoto - le restituirono il corpo di suo marito, di soli 53 anni, e le dissero che era morto per un malore improvviso durante il turno di lavoro. «Era già pronto il funerale – ricorda la vedova del capo reparto del settore cernita della Gesam – poi improvvisamente vennero a casa a riprendersi la salma e decisero di fare l’autopsia, che rivelò che Antonio non era morto certo di infarto, ma per cause drammatiche».

Dopo un anno e mezzo di indagini e due piste - quella dell’incidente e quella dell’omicidio volontario - seguite dagli inquirenti senza arrivare a un vero colpevole, il sostituto procuratore Maria Paola Masala, pur ammettendo che fossero entrambe percorribili, ha depositato la richiesta di archiviazione. «Sono molto sorpresa da questa arrendevolezza della Procura – spiega pacatamente ma con fermezza Rita Coco - e della mancanza di risultati, almeno apparentemente, cui contrasta invece una inspiegabile lunghezza delle indagini. Colpisce anche la mancanza di atti di indagine nei confronti della Gesam – aggiunge la vedova di Antonio Masia – e dei loro amministratori, mai indagati, nemmeno come atto dovuto quantomeno per l’incidente sul lavoro, per la morte di mio marito.

Una Procura oltremodo garantista – aggiunge la donna – e non me ne spiego il motivo. Certamente, sia io che le mie due figlie – conclude Rita Coco – ci opporremo alla richiesta di archiviazione con gli avvocati Daniele Alicicco e Francesca Fiori. Lo dobbiamo ad Antonio, chi lo ha ucciso volontariamente o meno non deve restare impunito». Antonio Masia era stato trovato senza vita il pomeriggio del 25 agosto di due anni fa all’interno dell’impianto di smaltimento rifiuti di Truncu Reale.

Schiacciato - aveva poi stabilito l’esame autoptico - da un mezzo di lavoro (non è stato possibile accertare se accidentalmente o volontariamente) all’interno dell’impianto della Gesam, distrutto poi da un gigantesco incendio, poche ore dopo la visita degli investigatori della squadra mobile e il sequestro dei telefoni cellulari dei 35 dipendenti. Un rogo certamente doloso, hanno stabilito gli inquirenti. Ma anche questo - per mancanza di prove - rimarrà senza un colpevole.

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