La Nuova Sardegna

Sassari

Il caso

Cannabis light in una capannone a Predda Niedda, dal gup quattro rinvii a giudizio – Il racconto dell’inchiesta

di Nadia Cossu
Cannabis light in una capannone a Predda Niedda, dal gup quattro rinvii a giudizio – Il racconto dell’inchiesta

Si tratta di 3 soci di un’impresa di Predda Niedda e un cliente

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Sassari Dovranno presentarsi ad aprile davanti al giudice Silvia Masala tre imprenditori e un cliente finiti nei guai dopo un maxi sequestro di cannabis light eseguito dalla squadra mobile di Sassari in un capannone della zona industriale di Predda Niedda.

Una vicenda contraddistinta – fin dagli albori – da colpi di scena che hanno visto contrapporsi decisioni in ambito giudiziario. Prima lo “scontro” tra Procura e avvocati della difesa. Con il pubblico ministero Angelo Beccu che a febbraio del 2024 aveva indagato 4 persone (contestando l’articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti, ossia produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti) in seguito al ritrovamento di 25 chili di cannabis già impacchettati e pronti per la spedizione. La polizia giudiziaria li aveva bloccati all’ufficio postale.

Una successiva perquisizione in un capannone di Predda Niedda – dove tre di questi avevano l’azienda “Giardino di Canapa” che commercializzava il prodotto – aveva portato al sequestro di 12 quintali di sostanza. Durante le indagini preliminari lo stesso Beccu aveva affidato l’incarico a due periti perché esaminassero la cannabis e a gennaio dell’anno scorso aveva chiesto l’archiviazione del procedimento a carico dei tre soci indagati e di una quarta persona coinvolta. Conclusione alla quale era giunto proprio all’esito delle due consulenze tecniche che avevano accertato “l’inoffensività del fatto”.

Ma a marzo del 2025 il gip Sergio De Luca aveva rigettato la richiesta della Procura, richiamando la legge 242 del 2016 (che disciplina in Italia la coltivazione della cannabis sativa) insieme a una pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione. Lo stesso giudice aveva quindi ordinato l’imputazione coatta.

Nel frattempo è accaduto dell’altro, ossia il decreto Sicurezza convertito in legge dal Senato che ha definitivamente messo la parola fine a qualsiasi ipotesi di ripresa del settore. Ha infatti stabilito il divieto di «importazione, cessione, lavorazione, distribuzione, commercio, trasporto, invio, spedizione e consegna delle infiorescenze della canapa coltivata, anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché di prodotti contenenti o costituiti da tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati».

Per gli imputati, difesi dagli avvocati Antonio Secci e Lorenzo Simonetti, quella sostanza conservata in bidoni di plastica e scatole di cartone era cannabis legale e infatti la utilizzavano nella loro impresa dedita alla commercializzazione dei derivati e dei prodotti correlati (oli, saponi, fibre tessili e molto altro).

Dopo il sequestro operato dalla squadra mobile i soci erano stati costretti a sospendere tutte le attività e a licenziare i dipendenti, senza riuscire più a pagare nemmeno l’affitto del capannone. Il pm Beccu, riferendosi in particolare alla seconda consulenza tecnica (eseguita dalla professoressa Claudia Trignano), aveva ritenuto di dover chiedere al gip l’archiviazione del caso perché “seppure il quantitativo complessivo dello stupefacente consenta di ricavare un numero di dosi elevato – scriveva – la percentuale di principio attivo si rivela talmente infima (tra lo 0,4 e lo 0,9%) da richiederne, affinché la singola assunzione abbia un effetto drogante, un uso abnorme, spropositato e in concreto assolutamente irrealistico secondo la comune esperienza giudiziaria”. Ma il gip non aveva condiviso la sua tesi.

A settembre si era tenuta l’udienza preliminare davanti al gup Gian Paolo Piana. La nuova pm del caso, Enrica Angioni, aveva sollecitato il rinvio a giudizio dei quattro imputati. Richiesta alla quale si era opposta la difesa rimarcando come rispetto «alla esaustiva indagine del pm Angelo Beccu non fosse stato aggiunto alcun nuovo elemento da parte della pm Angioni. L’efficacia drogante della sostanza sequestrata è stata smentita da due consulenze e il decreto sicurezza non ha effetto retroattivo, quindi quella commercializzazione era lecita». Da qui la richiesta di proscioglimento che il gup non ha però accolto.

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