Sassari, il «villaggio della rinascita» di don Chino Pezzoli lotta da 40 anni contro la droga
A La Crucca la comunità nata nei terreni abbandonati dove il lavoro quotidiano aiuta oltre cento persone
Sassari «La cosa che accomuna tutti è il male di vivere»: Alessandro Pontoglio forse non lo sa, ma sta citando Montale. Quello che sa è che sono le parole precise per descrivere cosa si prova. Lui oggi è vice coordinatore del gruppo maschile della comunità. Al suo fianco Fabio Masia, che è il coordinatore. E anche loro sono stati accomunati dal male di vivere.
Questa è la vera chiave: perché tra utenti e supervisori – anche se i termini così asettici stonano – c’è l’empatia di chi i propri mostri li ha battuti e ora aiuta gli altri a capire come fare. La comunità Maria Madre dei poveri della cooperativa sociale Promozione umana esiste nella località di La Crucca da quarant’anni. Ha visto passare migliaia di persone giunte al punto di non ritorno delle dipendenze, in cerca di una riabilitazione. Qui si chiama «rinascita».
Percorri il lungo vialone, scendi dall’auto e sembra di essere in un campus universitario. C’è tanto verde, un campo da calcio, uno da basket, una piscina, gli stabili degli alloggi. Un’ala è per gli ospiti maschi, la maggior parte, l’altra per le femmine. Nelle giornate a pieno regime si arriva a 120 persone, più il team di psicologhe, educatori e oss. Alle spalle delle residenze, una falegnameria (dove si lavora alla grande croce per la via crucis), un caseificio e un salumificio per imparare il mestiere e fare terapia. Un piccolo villaggio autosufficiente. Un’intuizione creata da don Chino Pezzoli, che dalla periferia milanese nel 1988 viene chiamato dall’ Eni di Porto Torres. Gli parlano di una struttura in stato di abbandono. «Siamo andati prima in comodato e poi, quando hanno chiuso l’Enichem, l’abbiamo comperata».
Cellulare sempre in mano come un adolescente, il prete ha compiuto 91 anni qualche giorno fa e ieri ha fatto visita alla comunità che ha fondato e messo in rete con gli altri centri in Lombardia. «Le persone qui dentro sono cambiate – riflette don Chino –. Prima erano dipendenti dall’eroina, adesso le dipendenze sono tante. Cocaina, alcol, psicofarmaci». La comunità è accreditata dalla Regione ed è quella di recupero di tossicodipendenti più grande dell’isola. Convincere uomini e donne ad affrontare un percorso riabilitativo non è mai facile. «A volte anche per le famiglie, che finiscono per rassegnarsi ad avere in casa un tossico». Altre volte «sono i Serd (i servizi pubblici per le dipendenze patologiche, ndr) che si rifiutano di mandarli nelle comunità o danno accesso ma per pochi mesi». In pochi mesi non si fa nulla. È un tragitto a tappe: una permanenza completa arriva a tre anni. Per arrivare alla rinascita ed evitare di cadere di nuovo. «Purtroppo la dipendenza è ritenuta un disagio sociale da mantenere. Se non da peggiorare. Dovremmo sempre di più permettere di uscirne».
Nella comunità della Crucca ci sono sedici detenuti dal carcere di Bancali (che hanno continuato ad alimentare tossicodipendenze, per lo più da cocaina, pure dietro le sbarre. Come?). Scontata la pena, decidono di rimanere in comunità. Altre volte corrono a casa, ma chi li biasima. In generale, il fantasma più grande è quello della recidiva. Come batterla? «Con le regole», dice don Massimo Bellotti, che accompagna don Chino. Tipo: cinque sigarette al giorno. Al mattino ognuno si rifà il letto. Niente cappuccio alzato quando si sta in gruppo. Regole («quarantasei») per disciplinarsi. «La sostanza da cui si è dipendenti sostituisce la relazione – spiega Carla Poddighe, una psicologa –, quindi la cura è ritrovarla e rimettere in circolo emozioni e pensieri».
Angela Piriottu usa il verbo «sbrinare». Sassarese, è qui da due anni, è nell’ultima fase del percorso. «La più difficile». Perché ha dei permessi per uscire ma, quando fiuta il mondo fuori, sembra una montagna che viene giù. E invece va scalata. Prima lei era come un blocco di ghiaccio. Ora sente la testa e il cuore sbrinati: «Ho cominciato a sentire gli odori, i colori sono diversi, e sento le emozioni amplificate». Ogni gioia era l’occasione per esagerare («metadone, psicofarmaci, di tutto»), ogni ferita un alibi per anestetizzare («i lutti per i miei genitori»). «Voglio rimettermi in gioco. All’inizio pensavo allo sguardo schifato di mio figlio o di mio fratello. Ora penso anche che lo devo in primis a me».
Angela ha i modi gentili, è interessante da ascoltare e nonostante si dica timida è spigliata. Però ha deciso di prendersi ancora del tempo in comunità: «Stare con le persone un po’ spaventa, voglio uscire da qui e sentirmi forte». In quanti si guardano allo specchio dicendosi: “devo essere orgogliosa di me” ? Lei lo fa ogni giorno e ci prova.
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