Sassari, la madre lo trovò senza vita a letto: nessun colpevole per la morte di Zuzu
Sotto accusa era finito un pusher che gli aveva ceduto la droga, ma secondo gli amici e i parenti il giovane non aveva mai fatto uso di sostanze stupefacenti
Sassari Zouhair “Zuzu” Lamouna aveva vent’anni, era un ragazzo buono, gli piaceva uscire e divertirsi con i suoi coetanei. Come chiunque a quell’età. Ma guai a parlargli di droghe: «Le odiava» hanno sempre detto i suoi amici, distrutti dal dolore. Eppure era stato proprio un mix di cocaina, metadone, hashish e alcol a ucciderlo l’8 dicembre di due anni fa. Il suo cuore non aveva retto. Ora è stato stabilito che per quella morte, che aveva scosso l’intera città, non ci sono colpevoli. La Procura – che aveva affidato le indagini alla squadra mobile – aveva iscritto una persona nel registro degli indagati, l’accusa nei suoi confronti era “morte come conseguenza di altro reato”, per aver ceduto le sostanze stupefacenti al 20enne. Il pm titolare dell’inchiesta, al termine delle indagini aveva però chiesto l’archiviazione, istanza alla quale si era opposto l’avvocato di parte civile Fabio Varone (che rappresenta i familiari della vittima). Mentre l’indagato era difeso dall’avvocato Marco Manca.
Mercoledì scorso, il giudice Sergio De Luca, al termine dell’udienza fissata per la discussione dell’opposizione, ha archiviato il caso. Applicando le novità introdotte dalla riforma Cartabia, il gip ha in sostanza ritenuto che non ci fossero i presupposti per formulare una ragionevole sentenza di condanna in caso di un eventuale processo. È proprio questo uno dei criteri “Cartabia” da adottare per l’archiviazione e il non luogo a procedere.
“Zuzu”, come tutti lo chiamavano, era di origini marocchine. Era stato trovato privo di vita in casa, nel suo letto, dai genitori nell’appartamento di viale Trento a Sassari. I suoi familiari erano rientrati in Marocco con la salma del loro caro che era stata seppellita nel paese dove era nato e cresciuto prima di trasferirsi in Sardegna. La sorella Myriam non ha mai creduto che il fratello potesse aver assunto sostanze stupefacenti volontariamente.
«Zuzu non ha mai preso droghe – aveva spiegato con un filo di voce prima di imbarcarsi per il Nord Africa – di sicuro hanno insistito, è impossibile che lui abbia preso quelle sostanze senza che qualcuno lo costringesse».
Ecco perché la notizia dell’iscrizione di una persona nel registro degli indagati aveva dato loro un po’ di conforto. «Se qualcuno ha fatto del male a Zuzu deve essere punito dalla legge». Senza considerare, però, che a volte le “maglie” di quella stessa legge invocata impongono finali differenti. E dolorosi.
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