Sassari, in campo ci sono Rinascita e Speranza: a Bancali si gioca la partita della libertà
Nella casa di reclusione un torneo quadrangolare fra detenuti, polizia penitenziaria e dai calciatori di due squadre locali
Sassari Che sia Wembley, il Vanni Sanna o un campetto sperduto nelle campagne della Nurra, poco cambia: la palla rotola dappertutto alla stessa maniera.
Certo, se quel campetto sperduto nella Nurra sta fra le celle del carcere di Bancali, bisogna stare attenti: se il pallone finisce oltre le mura, non si può mica uscire per recuperarlo. Ma tra una scivolata, un traversone, uno stop di petto e un tacco che fa impazzire il pubblico, anche quello che sbircia da dietro le sbarre, la sensazione di libertà che si vive appresso a quel pallone è la stessa: che tu sia Mbappè o che tu sia un carcerato.
Ieri, a Bancali, è andato in scena un torneo quadrangolare inedito: due squadre di detenuti, Rinascita e Speranza, una di agenti della polizia penitenziaria e una composta dai giocatori della CosmoSassari e della San Paolo.
Alla fine hanno vinto loro, ma questo conta poco. Quello che conta è il progetto che ha un obiettivo ambizioso: creare, come già accade in diverse carceri italiane, una squadra che possa competere nei campionati dilettantistici. «In questi mesi abbiamo allenato 150 ragazzi. Qualcuno nel frattempo è uscito, mi è capitato di incontrarlo fuori ed è stato bello» spiega Giovanni Paoni, mister della CosmoSassari. Insieme a Bobo Scanu, che indossa invece la divisa della San Paolo, da gennaio entra nel carcere di Bancali due o tre volte a settimana, per allenare i detenuti. «La prima cosa che gli abbiamo detto è che per noi sono uguali a tutti gli latri giocatori che alleniamo. All’inizio erano un po’ increduli, ma poi pian piano è scattato qualcosa».
Il calcio è il centro del progetto, chiaro, ma lo scopo è un altro. Le regole, i valori sportivi, il rispetto dell’avversario, certo. Ma soprattutto, ricostruire un rapporto fra il carcere e la città: «Da quando la struttura si è spostata a Bancali è più forte il pericolo che Sassari si dimentichi del carcere. Per questo iniziative come questa sono fondamentali, perché sentire la vicinanza della città aiuta i detenuti nel loro percorso» sottolinea il cappellano don Gaetano Galia.
«Sono stati i sassaresi, cittadini privati, imprenditori e associazioni, a rendere possibile con le loro donazioni questo progetto» spiega Anna Cherchi, garante comunale dei detenuti. «Perché qui dentro ci sono 630 sassaresi come noi, di cui la città non deve dimenticarsi» sottolineano Gianni Cadoni e Mariano Brianda, presidente e vice della San Paolo, la società che insieme alla CosmoSassari, presieduta da Antonio Piu, ha preso parte al progetto. E la città in qualche modo a Bancali grazie a questo progetto ci è entrata, con le donazioni, con le società sportive e i loro atleti, con i quattro arbitri della sezione sassarese dell’Aia presieduta da Davide Cossu, con gli avvocati e con il vice sindaco Pierluigi Salis.
«La detenzione comprime la libertà personale dei detenuti, ma non gli altri diritti. Ecco perché abbiamo subito sostenuto questa iniziativa, perché ricostruisce un rapporto importantissimo con la comunità esterna» ha detto la direttrice del carcere Maria Teresa Errico. Le partite del quadrangolare intanto vanno avanti. Sopra il campo, una selva di braccia che escono dalle grate: i volti sono nascosti dietro le sbarre. Qualcuno punzecchia i compagni di detenzione che stanno in campo, qualcun altro li incita. C’è anche chi approfitta della presenza di visitatori esterni per urlare la sua disperazione. Il carcere è anche questo. Ma se il rapporto con la città sarà sempre più stretto, allora sempre meno voci resteranno inascoltate.
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