«Ciao Sassari, ci rivediamo presto»

Travis Diener torna oggi in America. Chiusa la carriera da giocatore, ora entrerà nello staff tecnico della “sua” Marquette

SASSARI. Alla fine il segreto era sotto gli occhi di tutti, bastava andarlo a leggere sul suo profilo Twitter: “Family first, Marquette, Dinamo”. Le tre cose più importanti per Travis Diener sono affisse da anni in cima alla sua bacheca multimediale. E oggi che il più grande talento che abbia mai indossato la maglia biancoblù ha fatto la sua scelta di vita, i conti tornano tutti. Il genio della lampada, il ballerino che per quattro anni ha deliziato Sassari con numeri da leccarsi i baffi, oggi è un ex giocatore in carriera. Questa mattina, insieme alla sua famiglia, salirà su un volo per Chigago e inizierà una nuova vita: dal mese prossimo entrerà in servizio all’università di Marquette, nel Wisconsin, a due passi da casa sua. Dove ricoprirà il ruolo di direttore tecnico della squadra di basket che nel 2003 trascinò alle Final Four Ncaa.

Come sono stati i primi giorni dopo il ritiro?

«Molto particolari. Ho 32 anni e ho giocato a basket per 28, cioè per quasi tutta la mia vita. Da gara 6 con Milano in poi ho vissuto emozioni fortissime, a partire dal saluto dei tifosi l’altra sera al palazzetto. E poi, valigie e saluti a parte, abbiamo cercato di goderci questi ultimi giorni a Sassari».

A 32 anni molti sportivi sono al top della propria carriera. Per il basket è un peccato perdere un giocatore come lei. Non è un po’ presto per ritirarsi?

«Forse sì, forse è un peccato, ma non è una decisione presa in due minuti. È maturata dopo una lunga riflessione fatta dopo aver consultato la mia famiglia e i miei amici più stretti».

A proposito, quando ha iniziato a pensare seriamente di smettere di giocare a basket?

«Questo per me è stato un anno molto lungo. Dopo la scorsa stagione ho avuto pochissimi giorni di riposo e poi sono partito con la nazionale. Non ho visto mia figlia per 2 mesi e per me è stato molto pesante. Poi siamo rientrati a Sassari e mi sono immerso direttamente nella nuova stagione. Diciamo che in quel periodo pensavo già di ritirarmi o di prendermi un periodo di pausa. Poi siamo entrati nel vivo della nostra stagione, che è stata fantastica».

E dopo cos’è successo?

«Qualche mese dopo sono stato contattato da Marquette, che rappresenta un pezzo fondamentale della mia vita. E mi sono detto: è un segno. Però prima di decidere ho riflettuto a lungo».

Quindi il suo ritiro non è legato ai problemi fisici, come si è detto in queste settimane.

«Direi di no, anche se qualche acciacco mi pesa. Io come giocatore ho sempre speso tutto quello che potevo dare, non mi sono mai risparmiato. Ma credo che avrei potuto competere ancora ad alti livelli. Le ragioni vere sono altre».

Quali?

«Quelle di cui ho parlato prima. Ovvero il fatto di dover stare lontano dalla famiglia. Quest’anno, con la coppa, siamo stati spesso via per tanti giorni, a volte per settimane intere. Le mie priorità con gli anni sono cambiate. Prima esisteva solo il basket. Ora per me conta solo essere vicino a mia moglie e alle mie bambine. Per me è importante trascorrere più tempo possibile con loro a questa età. Giocare a basket mi mancherà molto, è chiaro. Ma è tutta una questione di priorità».

Il fatto che la chiamata sia arrivata da Marquette ha cambiato le carte in tavola.

«Io mi considero estremamente leale, lo dico senza presunzione. Marquette è una parte importante della mia vita, come lo sono Sassari e la Dinamo. Questa per me è una buona chance, è un treno da prendere».

Entrerà subito nello staff di coach Steve Wojciechowski. Che tipo di allenatore pensa di diventare?

«Ancora non lo so, ma credo di essere tagliato per questo ruolo. Ci vorrà tempo ma sono fiducioso».

Che segreti cercherà di rubare a coach Meo Sacchetti?

«Meo è una grande persona e ha un grande feeling con i giocatori. Lascia a tutti molta libertà, sia in campo che fuori. Alcuni allenatori sono inflessibili e alla fine qualche giocatore scoppia. Con Meo è diverso: dal suo atteggiamento nasce la grande fiducia che i giocatori ripongono in lui, ma anche l’autostima che caratterizza tanti ragazzi che a Sassari hanno disputato le migliori stagioni della loro carriera. Io, Drake, James White, Othello Hunter, ma anche gli stessi Jack, Brian, Manuel. Il gruppo è la sua forza: è questo che rende grande Meo».

Non sarà facile imitarlo.

«No, non lo sarà affatto. Io per esempio non ho la sua pazienza e dovrò certamente lavorare su questo aspetto. Lui è davvero speciale, te ne accorgi da come si rapporta con le persone. Giocare per lui è stato davvero importante per me».

Proviamo a fare un piccolo bilancio: ricorda il suo primo giorno a Sassari?

«Perfettamente. Non sapevo cosa mi attendesse. Era un momento particolare della mia carriera. Avevo qualche proposta in Nba ma avevo bisogno di provare qualcosa di nuovo. Non avrei potuto fare una scelta migliore. Io, Rosamaria, Karina e Mila saremo sempre legati a Sassari».

Quale è stato il momento più bello?

«Troppi, per poterne indicare uno. Dico solo che questi ultimi giorni mi hanno messo seriamente in difficoltà. Il saluto al palazzetto dei tifosi mi ha fatto tremare le gambe».

Quale è stata la sua migliore partita?

«Non so se sia stata quella in cui ho giocato meglio, ma la finale di Coppa Italia è la gara che porterò sempre nel cuore».

Il momento più brutto?

«Dal punto di vista sportivo gara 7 con Cantù. Ma dal punto di vista umano non ricordo momenti brutti. Neppure gli infortuni, perché quello è basket. Come persona sono stato trattato in maniera splendida, e con me anche mia moglie».

Come farà la Dinamo senza di lei?

«Troverà altri giocatori e andrà sempre meglio. Questo per la Dinamo è solo l’inizio, davvero. Stefano Sardara sa come si vince e come si gestisce una società. Lui è avanti. Sono fiero di avere fatto parte di questa famiglia, sarò per sempre il tifoso numero uno e collaborerò con la società dagli Usa. E tra qualche mese, quando guarderò su internet i risultati della Dinamo, sono sicuro che troverò tantissime vittorie».

Siamo ai saluti. Ora le tocca dire addio alla Sardegna.

«Ma quale addio, ho già programmato un viaggio. Ci vediamo a Sassari a ottobre».

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