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Messi, con l’Albiceleste è proprio una “Pulce”

di Pietro Oleotto

Gara senza acuti e ancora una volta una delusione in nazionale

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INVIATO A RIO DE JANEIRO. Lacrime. Il divino non ce l’ha fatta. Questa maglia non è fatta per le sue magie, per trascinare l’Argentina di nuovo più alto di tutte, là dove l’aveva portata Diego Armando Maradona, che – parole dei gauchos e delle loro canzoni – è meglio di Pelé, soprattutto con il sinistro, proprio come Leo Messi. Salvato dal palo (colpito in pieno da Howedes) alla fine del primo tempo, dopo l’errore macroscopico di Higuain sul regalo di Kroos, ha dovuto alzare bandiera bianca dopo la stoccata decisiva di Gotze sul supplementare.

L’incubo continua: aspettava il riscatto da nove anni, nella speranza di ritornare sul tetto del mondo con l’Albiceleste, da quando nel 2005 la Pulga, come lo chiamavano anche i compagni di squadra, diventò di colpo il nuovo fenomeno segnando sei gol in sette partite del Mondiale Under 20, la vetrina della Fifa che ha soppiantato le care e vecchie rassegne under 21 tanto care all’Italia. Allora Messi è un protagonista assoluto, non un semplice raccoglitore di reti facili, visto che ne realizza almeno una per ogni fase del torneo, risultando alla fine il miglior giocatore e il capocannoniere. È già del Barcellona e questo spazza ogni dubbio dal suo futuro, anche se in azulgrana, nel suo ruolo, c’è già Ronaldinho, la stella del momento: giocheranno insieme per tutta la stagione arrivando a conquistare la Champions, ma il Camp Nou lo adotta subito come beniamino, fin dall’esordio casalingo in Europa contro l’Udinese. Dinho segna (tripletta), Leo riceve ovazioni a ogni accelerazione, con quel sinistro sul quale il pallone si incolla, manco ci fosse l’Attak sulla punta degli scarpini. Josè Pekerman, allora ct dell’Argentina, non può più ignorarlo, tanto da chiamarlo stabilmente in nazionale dopo una “prima” a dir poco disastrosa e contraddistinta da quel tocco del destino che tante volte guida le carriere dei campioni. Insomma, anche quella volta c’era la Germania di mezzo.

Accidenti ai tedeschi, anzi, al tedesco. Messi esordisce tra i “grandi” in un’amichevole contro l’Ungheria, partendo dalla panchina: dopo un’ora il ct lo spedisce in campo, a Leo bastano quaranta secondi di numero per farsi cacciare, visto che il difensore magiaro si appende alla sua maglietta quando vede partire a razzo il nuovo fenomeno e lui pensa bene (male) di rifilargli una gomitata. L’arbitro è un dentista di Kaiserslautern, l’implacabile Markus Merk che estrae il cartellino rosso e trasforma la gioia della Pulce in un pianto a dirotto. Quasi un presagio funesto. Perché a dispetto dei 42 gol in 92 partite (prima di questa finalissima), Messi ha sempre sofferto con la maglia dell’Albiceleste addosso. Tralasciamo la medaglia d’oro ai Giochi di Pechino nel 2008 (alle Olimpiadi si vedono all’opera rappresentative under 23), quando contava Leo non ha mai vinto, né in Coppa America, né tanto meno ai Mondiali. Ricevendo in cambio spesso una carrettata di critiche. Succederà probabilmente anche nelle prossime ore.

Eppure è uno che si sbatte per la squadra, non vive serenamente le gare dell’Arge: ieri, secondo chi era appostato nel tunnel che porta allo spogliatoio, Messi ha vomitato per la tensione e lo sforzo prima dell’intervallo, così come era successo nell’ottavo di finale, combattutissimo, di San Paolo contro la Svizzera. E in campo non ha inciso più di tanto. Una sgommata delle sue in avvio di partita, sulla destra, per bersi tutto d’un fiato Hummels, e un’altra fiammata nella ripresa, partendo sul filo del fuorigioco per infilarsi tra le maglie della difesa tedesca e cercare il palo alla sinistra di Neuer. Sfiorato. Troppo poco. Il Messi di Sabella è stato troppo spesso, durante questo Mondiale, un gregario di lusso, capace di rientrare per partire da lontano e permettere all’Argentina di schierare così altre due punte, come Higuain e Aguero sul rettilineo finale. Ma così non si vince la Coppa del Mondo. Si piange di nuovo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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