La Nuova Sardegna

Sport

Tavecchio? Crisantemo senza profumo

di Mario Carta
Tavecchio? Crisantemo senza profumo

Marino Bartoletti, al lavoro a Stintino, fa il punto sull’attualità sportiva. Dalla riapertura del caso Pantani al nuovo Cagliari

4 MINUTI DI LETTURA





STINTINO. L’etica e l’estetica dello sport prima di tutto. Danzano siamesemente verso il bello. Considerata la stagione ci sarebbe anche l’estatica dello sport ma qui si va sul raro, in un’estate di sport e di lavoro per tanti anche in Sardegna. Lo è anche per Marino Bartoletti, che dal 26 luglio all’11 agosto conduce Stintino ChiAma, la rassegna di incontri con scrittori e volti noti del giornalismo e dello spettacolo. Da Vespa a Travaglio, da Mirabella a Jerry Calà, da Amedeo Minghi a Marina Ripa di Meana. «Più lavoro che vacanza, ma devo ammettere che lavorare a Stintino è meglio», sorride l’ex direttore del Guerin Sportivo. Uno sguardo al mare turchese della Pelosa dunque per il versatile giornalista, grande esperto di musica oltre che di sport, e uno oltremare all’attualità sportiva.

Partiamo dalla riapertura del caso Pantani?

«Qui si toccano i miei affetti personali, è lo sportivo e l’amico che più ho amato e che più mi manca. Nel febbraio del 2003, da maldestro cicloamatore, ero con lui in ritiro alle Canarie. Fece un Giro d’Italia decorosissimo, un ultimo guizzo di vita e di speranza. Ma mentre la depressione faceva passi da gigante altre cose facevano passi da gigante: quello di Marco non era desiderio di morire ma di non vivere più, e c’è differenza. Non posso dire che non me lo aspettassi, ma ora la riapertura dell’inchiesta mi inquieta molto. La madre, Tonina, mi aveva scritto «domani leggi i giornali» e li ho comprati, purtroppo. Non posso dire di essermi tranquillizzato, mi inquieta che qualcuno possa avergli fatto del male fino a ucciderlo. Ho prodotto per Rai Educational l’inchiesta «Marco, il campione che sfidò gli dei» e adesso il dubbio ce l'ho, anche se già nel documentario avevo dato voce a chi esprimeva le sue perplessità. Sono emersi nuovi dubbi e incongruenze».

C’è il rischio di spettacolarizzare nuovamente la morte di Pantani.

«Non è una morte qualsiasi, è stata fatta anche una fiction abbastanza precoce e inopportuna. Il desiderio di spettacolarizzazione c'è, insieme alla morbosità, ma mi piace pensare che sottintenda un grande affetto per Marco e tanta voglia di verità. Certo è che da quando è morto Marco, il Giro d’Italia è fasciato di bandane e di ricordi di Pantani. Non è mai morto»

L’ultimo Tour ha visto protagonista il siciliano Nibali, il Giro il sardo Fabio Aru.

«Ho parlato molto di Aru, è un personaggio straordinario, circondato da una famiglia stupenda. Lui e Nibali hanno il comune l’essere isolani e una meravigliosa pulizia, sono bellissimi dal punto di vista dell’estetica sportiva. Sono le facce che il ciclismo italiano e non solo aspettava, sono il passo in avanti».

Un passo in avanti che il calcio non fa, con Tavecchio.

«Rappresenta la mancanza totale della capacità di relazionarsi con la quota di volo che calcio di oggi dovrebbe imporre. E’ la quinta impresa italiana, è improponibile che un personaggio di questa mediocrità estetica, in senso sportivo, possa rappresentarla. Ma il peggio è che non ci sono alternative. Uscimmo dal Mondiale del ‘74 con le ossa rotte e con un guizzo creativo si ebbe il coraggio di affidare la rinascita a un ragazzo di 70 anni, Bernardini. Si può essere giovani e 70 anni e vecchi a 30. Sarebbe bello, come diceva De Andreé, che dal letame nascano i fiori, ma Tavecchio è un crisantemo senza profumo. Quasi spero che dica altre fesserie, così si arriverà al commissariamento, sperando di trovare un profilo dall’alta managerialtà».

Chi si salva allora? Zeman?

«Penso che per il Cagliari sia una bella occasione. Ci vorrà tanta pazienza e abituarsi al fatto che vedremo tanti gol, anche nella porta rossoblù. Ma le somme andranno tirate alla fine. Zeman è un grande seminatore e la semina ha i suoi tempi, ma è imbattibile dal punto di vista dell’etica e della professionalità. Farà del bene al Cagliari, che con il Verona è stato l’ultima wild card distribuita dal calcio italiano».

Il basket invece ne ha smazzata un’altra nel Nord Sardegna, per la Dinamo Sassari.

«Merita di essere dov’è, è una grande società e ha un grande allenatore che viene dal campo. Per me i giocatori che diventano grandi allenatori sono quelli che hanno sofferto da mediani, nel concetto di Ligabue. Maradona non sarà mai un grande allenatore, Guardiola invece lo è. Meo Sacchetti era un bell’operaio, conosceva il suo mestiere, è arrivato in nazionale, sa trasmettere i suoi valori e intorno a questa scintilla è nata la Coppa Italia, insieme allo scudetto del Cagliari il trofeo più importante vinto dalla Sardegna sportiva. Sinora».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative