«Barella diventerà un campione»
Da mercoledì Mario Beretta alla guida del vivaio del Cagliari: «Un progetto affascinante»
CAGLIARI. Più che un allenatore è un educatore. Mario Beretta, da mercoledì prossimo responsabile del settore giovanile del Cagliari, fa parte di quella ristretta cerchia di persone che vedono lo sport come una scuola di vita. Un ambito dove i sani principi non devono mai venire meno. Dove il rispetto e l’educazione devono essere alla base di qualsiasi progetto. Valori che il calcio, da quando è diventato business, ha dimenticato e sacrificato sull’altare del dio denaro.
Come ha maturato la decisione di dedicarsi ai giovani?
«Ci pensavo da due-tre anni. Ho fatto l’Isef, insegnavo educazione motoria e ho sempre avuto piacere a occuparmi di istruzione»
Poi è diventato allenatore. Quale è stato il percorso?
«Noi tutti abbiamo delle ambizioni. Per vent’anni ho svolto questo ruolo volentieri, togliendomi delle soddisfazioni. Ultimamente non mi divertivo più, in Italia fare questo lavoro è diventato difficilissimo».
Nelle sue parole c’è amarezza. Perchè?
«Ora chi smette di giocare l’anno dopo allena subito in serie A. La gavetta non esiste più. Ma il motivo che mi ha fatto prendere la decisione di lavorare solo con i giovani è un altro e ben più grave».
Vuole dire quale?
«Nelle mie ultime esperienze ho dovuto subire troppe ingerenze. Di direttori sportivi, di dirigenti che si permettono o pensano di toglierti la libertà di pensiero. Ho un carattere che non mi permette di accettare questi soprusi. Andare sul campo deve essere un piacere , non un fastidio».
Lei è un amico del presidente Tommaso Giulini, come vi siete conosciuti?
«E’ successo 5-6 anni fa. Entrambi abbiamo la passione per il calcio e spesso è capitato che ci siamo confrontati, esprimendo ognuno le proprie idee. Evidentemente Giulini è convinto che posso dare un contributo per la crescita del vivaio. Ho subito accettato la proposta e arrivo in Sardegna con grande entusiasmo».
Prima di lei Gianfranco Matteoli. Avete parlato?
«Non c’è stato modo. Lui ha accompagnato l’esperienza di Festa con la prima squadra, io non ho voluto disturbarlo in un monento così delicato. Non è detto che non succeda più avanti. Confrontarsi con chi mastica di calcio è sempre un grande piacere».
Qual è il suo progetto?
«Credo nel verbo scolastico, quindi il settore giovanile del Cagliari sarà prima di tutto formato da educatori e poi da allenatori. La cultura è alla base di ogni successo e anche nel calcio è così. E’ chiaro che essendo una società professionistica, l’obiettivo è quello di portare più giocatori possibile in prima squadra. Ma alla fine del percorso, chi va avanti e chi no, deve essere formato sul piano culturale ed educativo».
Quale è stata la più bella soddisfazione che le ha regalato il pallone?
«Intanto vedere tanti ragazzi che ho avuto nei settori giovanili giocare in serie A. Faccio due nomi, Brambilla e Bega, che qui a Cagliari tutti ricordano. Da tecnico, le salvezze col Parma e col Siena. Dopo un Parma-Inter 1-0, quando sono entrato in sala stampa è stato bello l’applauso dei tanti giornalisti presenti».
Il ricordo più brutto?
«L’anno scorso a Siena. Mi resteranno nel cuore i giocatori che nonostante non abbiamo preso lo stipendi per sei mesi, hanno dato tutto. La dirigenza ci ha raccontato tante bugie, ci siamo sentiti presi in giro. Poi il fallimento».
Le va di parlare del Cagliari appena retrocesso?
«La società si sta muovendo in modo intelligente. Con un direttore sportivo che conosce il calcio e un allenatore di qualità. Ho notato che la scorsa stagione sono sate fatte tante cose positive, oscurate dai risultati. Le basi per ripartire sono solide. Il Cagliari tornerà presto in serie A».
Barella è un talento che il Cagliari si coccola. Il suo giudizio su questo ragazzo?
«Farà parlare di sè. Ha 18 anni ha già esordito in A, non è da tutti. E’ dotato di ottime qualità tecniche e tanta personalità, quella che serve per imporsi in un ambiente difficile. E’ un ragazzo serio, che lavora tantissimo. Sono certo che diventerà un giocatore importante».
Lei ama il calcio pulito, ma non si parla altro che di scommesse e di marciume. Come se ne esce?
«Ho due sensazioni: la prima è che si vivono questi scandali come se fosse tutto normale. L’altra è che le pene sono troppo leggere. Dipendesse da me, se uno è colpevole va allontanato per sempre dal mondo dello sport. Dal 1982 a oggi, che cosa abbiamo fatto per combattere un fenomeno che periodicamente si ripete? Io dico pochissimo. E qui torno a parlare di cultura e istruzione, nelle scuole e nei settori giovanili sia tra i prof che tra i dilettanti, fondamentali per stare fuori da queste tentazioni. I valori dello sport per me, ma soprattutto per le tante persone oneste che gravitano in questo mondo, sono intoccabili, chi li viola deve sparire».
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