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LA STORIA

Quando il campione è figlio d’arte

di GIORGIO BILLERI

Gentile, Hackett, Cinciarini, Della Valle... il basket nel Dna

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di GIORGIO BILLERI

Premessa: il basket è lo sport più . ereditario che esista. Facile: nasci da un gigante, magari da due, respiri palla a spicchi fin dalla culla, cosa vuoi diventare se non un giocatore di pallacanestro. Facile. Meno facile vedere cinque figli d’arte-cinque (su 11...) sul parquet con la maglia della Nazionale. E mica figli di un Dio minore, anzi: qui i padri hanno fatto, ognuno a modo loro, la storia italiana a trezerocinque.

In principio furono i Meneghin: Dino, nume tutelare dei canestri, e il figlio Andrea che addirittura giocarono contro in un Trieste-Varese datato 1990: un titolo europeo a testa, Nantes 1983 e Parigi 1999. E per tornare a oggi ecco i Sacchetti, scudettati con Sassari: Meo in panchina, Brian in campo. Dici Ale Gentile e, per chi ha scollinato gli anta, il pensiero vola a Nando, classe 1967, purosangue senza redini di quel piccolo grande miracolo chiamato Caserta. Nando che insieme al Diablo Esposito (ora sulla panchina di Pistoia) al tiratore puro più grande di sempre, Oscar Bezzerra Schmidt, regalò lo scudetto nella primavera del 1991 al meridione del basket. Nando fu il primo esterno multiuso in Italia e ad Ale (ma anche a Stefano, che gioca a Reggio Emilia) ha trasmesso classe, carattere e faccia tosta tutta campana. Dici Danilo Gallinari e pensi a papà Vittorio, classe 1958. No, stavolta parliamo solo di codice genetico ma nessun paragone: Gallo senior era ala-pivot, normalmente dotato, specialista della difesa, una tuta blu del parquet amatissimo dai coach (soprattutto da Peterson) per difesa, rimbalzi, lavoro sporco. Una vita a Milano e poi fine carriera anche a Livorno. Danilo da lui ha preso il fisico, la tecnica è di un pianeta diverso. Dici Daniel Hackett e pensi a papà Rudi, e qui i mondi sono davvero opposti. Rudi era un pivot di grandissimo fisico, rimbalzista doc, fisico da statua, gomiti killer sotto canestro. La sua fortuna fu la Libertas Livorno dove copriva le spalle a un certo Jeelani, quindi passò a Forlì dove prese moglie e passaporto tricolore. E dove nacque Daniel, nel dicembre del 1987. Centro il padre, play-guardia il rasta azzurro, strutture completamente diverse ma occhio ai caratteri, molto vicini: niente mosche sul naso, non sempre facile la loro gestione da parte di club e allenatori.

Dici Amedeo Della Valle e pensi al genitore Carletto, oggi 53 anni, piemontese di Alba, play di 1.97 dall’apertura alare di un albatros. Cresciuto a Torino divenne grande con Pallacanestro Livorno e Kleenex Pistoia. Atipico, atipicissimo come il virgulto, un falso lento capace di aprire in due qualsiasi difesa con penetrazioni e piazzati. Dici Andrea Cinciarini e pensi a Franco, bandiera del basket pesarese. Quando i parquet esistevano a malapena, primi anni Settanta, insieme con Diana e Grasselli scrisse l’epopea del basket pesarese prima dell’avvento di Walter Scavolini. E i prodotti del suo albero non sono davvero male: oltre al nuovo play di Milano c’è anche Daniele, oggi alla Juvecaserta. Ma ogni grande d’Europa ha i suoi alberi genaologici: Pau e Marc Gasol, ad esempio, sono figli un giocatore e una giocatrice di medio livello in Spagna, Tony Parker è stato generato da Tony senior, ex Chicago University arrivato in Francia e Belgio per sbarcare il lunario; la madre di Boris Diaw, Elisabeth Riffiod, è stata una delle più grandi giocatrici francesi all time. Questione di codice genetico: il basket ti entra nel Dna.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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